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Diavolo!

Quando, sedicenti cattolici “tutti d’un pezzo”, contestiamo Papa Francesco, imputandogli debolezza dottrinale, cedimento al marxismo, buonismo nei confronti dei peccatori e dei deboli, apertura ai fratelli di altre religioni…
Quando chiudiamo i porti, considerando nostra esclusiva proprietà la terra che calpestiamo…
Quando definiamo “nostro” il nostro e “casa loro” gli stretti spazi scampati alle nostre razzie…
Quando escludiamo dalla scuola i bambini immunodepressi e preferiamo che la frequentino i figli dei no-vax…
Quando la nostra legge è la separazione, la discriminazione, l’esclusione…

… siamo etimologicamente “diabolici”. Sì, diavolo vuol dire separatore.

Se dobbiamo utilizzare un modo per verificare non che Dio sia dalla nostra parte, ma che noi siamo dalla parte di Dio, un criterio semplice è che i nostri pensieri, atteggiamenti, azioni, non siano “diabolici”, cioè tendenti a separare e ad escludere.

Tutti i rosari agitati fra le mani non valgono un “non hanno più vino” di Maria; tutti i Vangeli tascabili esibiti nei comizi non valgono un “va’ e fa’ anche tu lo stesso” del buon Samaritano. E tutti i voti dei cattolici alla lega non valgono un “nessuno ti ha condannata?”.

Se un nemico hanno Cristo e i cristiani è Satana, il cui nome è “diavolo”. Impariamo a fare chiarezza nella nostra fede e nelle opere ad essa connesse.

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L’occasione

Un senso di fastidio mi prese l’altro giorno quando, andando al Centro Astalli per la celebrazione della Giornata del Rifugiato, fui fermato poco prima di entrare nella sala dell’incontro. Mi fu detto che un ragazzo africano si era procurato delle ferite e che era sanguinante a poca distanza dal Centro; si richiedeva l’assistenza urgente di un medico.
Ero andato per una cosa, me ne era richiesta un’altra. Andai comunque, incontrai nuove belle persone, e prestando le prime cure al ragazzo, appena maggiorenne e con gravi problemi personali e familiari, lentamente compresi che l’apparente intralcio ai miei progetti era occasione di salvezza, per me e per gli altri. Non esiste una linea retta di progetti, di programmi, di impegni: dobbiamo tuffarci nella tortuosità dei vicoli, più che procedere in autostrade impersonali ed amorfe. Dopo aver parlato con il ragazzo, inizialmente recalcitrante, ed averlo convinto ad affidarsi alle cure del 118 per recarsi al Pronto Soccorso, tornai alla fine al Convegno, consapevole di aver risposto ad uno degli appelli che la vita frequentemente e imprevedibilmente ci sottopone.
E ripensai alla parabola del buon Samaritano.

Il Samaritano della parabola era un uomo d’affari. Aveva un suo programma, in quei giorni: doveva scendere a Gerico per sbrigare certe commissioni, utili alla sua attività di commerciante di alto livello. Non era una persona che poteva perdere molto tempo. Eppure, quando vide in lontananza, dall’alto della sella del suo asino, un uomo a terra, sanguinante, ed ancora più lontano un sacerdote e un levita che erano passati oltre, senza degnarlo di uno sguardo, seppe subito quello che doveva fare.
Considerò quel potenziale soccorso non come un intoppo ai suoi programmi, un accidentale ostacolo ai suoi progetti, ma come un’occasione, un’opportunità, come un modo di esprimere, in altro modo, che non fosse il lavoro, il suo servizio agli altri. Aveva sempre pensato così, a Samaria, fin da ragazzo, giocando con i coetanei, da studente a scuola, da giovane apprendista. Qualsiasi imprevista “deviazione” dal suo progetto egli la seguiva, senza rimpianti. La considerava un’avventura, un diversivo provvidenziale.
Quel sacerdote, quel levita, rigidi nella loro invariabile “vocazione”, nel loro ruolo statico, nei loro programmi inamovibili, nelle loro immutabili certezze, avrebbero perso tempo, si sarebbero sporcati, sarebbero arrivati in ritardo alle loro adunanze, con l’abito rovinato dal soccorso dato a quell’uomo.
Quell’uomo: senza nome, senza razza, senza religione. Quell’uomo con un solo titolo: bisognoso di aiuto. Forse ebreo, appartenente al popolo più avverso ai samaritani, ma bisognoso di aiuto. Si, ebreo circonciso; se ne accorse spogliandolo, per mettere a nudo le ferite; ma bisognoso di aiuto. Per un momento gli passò per la mente un “chi me lo ha fatto fare?”, ma la sua prossimità fisica e i suoi lamenti gli ridiedero slancio nel versare olio e vino sulle sue innumerevoli ferite, nel caricarlo sull’asino, nel portarlo alla più vicina locanda.
La sua “diversione” stava per finire: doveva continuare a realizzare il suo primo progetto, i suoi affari correnti. Aveva dato ciò che poteva, lasciava in buone mani il ferito: diede al locandiere il denaro occorrente per continuare a curare quell’uomo, e tornò subito al suo lavoro di tutti i giorni.

“La vita è ciò che ti accade quando sei tutto intento a fare altri piani” (John Lennon). A chiunque si trova sulla mia strada devo rendere conto, saper fermarmi, farmi prossimo. È nel farsi prossimo che si trova la salvezza.

Si avvicina a grandi passi la Settimana Santa, con le celebrazioni che per i cristiani fanno memoria della Passione di Cristo. Vorrei per un momento discostarmi dall’aspetto religioso, per considerare invece l’aspetto puramente umano del più grande errore giudiziario della storia. Il processo a Gesù, infatti, mentre sembra avere in un primo tempo, da parte di Pilato, uno svolgimento equo (“pensava di trovare comunque un modo per liberarlo”), ha improvvisamente una svolta: e questa svolta risiede nel coinvolgimento del popolo nel giudizio; un popolo sapientemente manovrato dal Sinedrio.
Immagino questa stessa vicenda trasferita nel nostro tempo: il popolo non avrebbe la configurazione della “piazza”, cui Pilato mostra il volto di Gesù sfigurato dalle torture, ma del più asettico blog “Pilatus” con tanto di click su due possibili risposte: Barabba o Gesù.
Apposite “fake news”, sapientemente introdotte in vari profili Facebook da Scribi e Farisei, foto di Gesù a colloquio con peccatori, pubblicani, prostitute, un’istantanea mentre caccia i mercanti dal tempio con inaudita violenza, avrebbero sicuramente fomentato e indirizzato la “rabbia” della maggior parte dei “visitatori” verso la liberazione di Barabba.
Non era democrazia chiedere in quella circostanza un parere al popolo, ma il massimo della deresponsabilità; come non è democrazia quella della “rete”, che vive di suggestioni e di “persuasioni occulte” su soggetti spesso non razionalmente informati nè culturalmente formati.
Alle mani di Pilato nel catino, che nel “musical Jesus Christ Superstar” sporcano l’acqua di sangue, si sostituirebbe adesso, soltanto, un asettico “mi piace”.

Come possiamo definire il nostro tempo? Quello delle relazioni “non-relazioni”, delle comunicazioni “non comunicanti”, delle religioni “senza legami”. Sì, in effetti manca il “link”, il legame che può “ri-legarci” a Dio e al prossimo. L’etimologia della parola “religione” è proprio questa: ciò che “lega” (il legame, il “link” anglosassone). In un’epoca di link manchiamo di link.
Dobbiamo ritrovarlo. I “diversamente credenti” nello riscoprire i rapporti, nel rendere profonde le relazioni con gli altri, nel praticare l’accoglienza. Per i credenti, specie per noi cristiani, Dio fa un “assist” da non perdere, ci regala il “Link dei link” nel Natale di Cristo. Un link che ci fa attenti all’attenzione di Dio per coloro che sono oggetto di poca attenzione: il nostro prossimo.
Un link che si chiama vvv… Vangelo, a cui possono accostarsi tutti. Senza computer, come ci si accosta a “un bambino, avvolto in fasce, steso su una mangiatoia”: Gesù.
Vi auguro, dopo il panettone (o prima), di riscoprirlo insieme. Buon Natale.

Il Dio “relativo”

Quando si pensi all’idea di Dio, si associa immediatamente al concetto di “assoluto”. Ciò chiaramente richiede comportamenti conseguenti: un culto di offerte, sacrifici, prescrizioni, regole, riti, liturgie. Già nell’Antico Testamento il Dio d’Israele comincia a stravolgere questa idea di Dio-padrone che richiede per sè tutta l’attenzione dell’uomo. Ma è con Gesù Cristo che l’Assoluto diventa pienamente “relativo”, cioè che la fissità dell’Essere diventa dinamicità di relazione, che coinvolge il prossimo. Il “tesoro” della divinità non è più considerato “geloso”, ma “partecipato” dal Figlio all’uomo; e il culto di Dio diviene l’amore per se stessi e per l’altro, soprattutto per il più disagiato. I due principali “comandamenti”, di cui si parla nel Vangelo di domenica scorsa: “ama Dio, ama il tuo prossimo come te stesso” costituiscono così la Rivelazione di un Dio “relazione”, prima che un unico precetto etico: l’attenzione al fratello si trasforma da concessione filantropica nell’esigenza di riconoscere e onorare il Dio che ci ha creati ed amati entrambi.
I Santi sono segno di questo Dio “in relazione”, ed esprimono nel contempo l’esigenza dell’Assoluto che è nell’uomo, in ogni uomo. Sono appunto immagine di questo incontro tra l’umano e il divino, in cui anche noi, in quanto chiamati alla santitá, siamo coinvolti, in un’unica esperienza che comprende la terra e il “dopo”. La “comunione dei Santi”, elemento fondamentale del nostro Credo, “risucchia” in un infinito abbraccio anche coloro che ci hanno preceduti nel passaggio alla vita “oltre la morte”.

«Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»” (Lc 10, 30-37).

Nuove ricerche filologiche su questo brano evangelico, promosse dalla “Federazione delle vere Chiese Cattoliche”, hanno lievemente modificato il contenuto del passo, che suonerebbe adesso così:

«Gesù riprese: “Uno straniero scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide giustamente passò oltre dall’altra parte, per non contaminarsi. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre, recandosi al Sinedrio. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Un giudice del Sinedrio, informato del fatto dal levita, condannò il Samaritano per complicità con i briganti, per insudiciamento della strada con olio e vino e maltrattamento di animali; condannò anche l’albergatore, per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, evasione fiscale e ingiusto profitto”.

Le “vere Chiese Cattoliche” sponsorizzano questa versione; Papa Francesco, inguaribile tradizionalista, si ostina ad attenersi al vecchio testo del Vangelo.

Ogni riferimento a persone o fatti accaduti in questi ultimi tempi è puramente caUSale.

Le correnti vicende della Chiesa di Palermo denotano certamente un malessere, che ritengo più diffuso di quanto non appaia, a tutti i livelli, nei confronti del “nuovo” che emerge dalle scelte pastorali (badiamo bene, pastorali, e non dottrinali) del pontificato di Papa Francesco, e, per riflesso, di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra diocesi dall’avvento dell’Arcivescovo don Corrado Lorefice, che aderisce fino in fondo alle direttive del Pontefice.
Questo malessere, a mio parere, ha delle radici remote, la prima delle quali è la carenza di un’autentica evangelizzazione per tutti, e della conseguente mancata promozione del ruolo dei laici nella Chiesa. Dopo la “fiammata post-conciliare”, che ha dato alla intera comunità ecclesiale la possibilità di accostarsi alla Parola (da qui la recente accusa di luteranesimo al Concilio e ai suoi sostenitori), e quindi di individuare ben precisi ruoli, non più riservati soltanto ai presbiteri, vi è stato un lungo periodo di “anestesia generale”, in cui sono prevalse nuove forme di clericalismo, con raduni di massa piuttosto che comunità di ascolto, con devozionismi piuttosto che riflessioni sulla Parola. Queste ultime erano promosse da iniziative circoscritte piuttosto che da spinte generalizzate: ad esempio, gli incontri sulla Parola del card. Martini a Milano, la riflessione sulla Scrittura nella comunità di Bose di Enzo Bianchi.
Spesso, il prevalere del clericalismo e del devozionismo ha favorito, a livello di base, l’affermazione della figura di quello che definisco “parroco-satrapo”, che nella sua parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo, Papa e Monarca assoluto, con poco o nessun riferimento al suo Vescovo e men che meno al Magistero conciliare. La parola continuava ad essere filtrata, piuttosto che proposta e mediata, e la sua valenza rivoluzionaria nella vita cristiana stordita e attenuata. In un tempo di ricerca di sicurezze, esse venivano poste più in una scorza di moralismo che nella salda certezza della fede in un Dio misericordioso e accogliente. La lettura del Vangelo veniva sostituita da quella, di secondo livello, del Magistero soprattutto in ordine alla morale sessuale e alla disciplina ecclesiastica, e si assolutizzavano come costituenti la fede problematiche importanti ma non fondanti di essa. La ricerca del trascendente veniva mistificata in ritualismi, piuttosto che in scuole di preghiera, nella ricerca del sensazionale e miracolistico piuttosto che in esercizi spirituali o in adorazioni eucaristiche.
Papa Francesco, con coloro che nelle chiese locali lo hanno seguito, non ha fatto altro che raddrizzare la prospettiva, senza peraltro toccare dogmi, scelte morali, discipline; portare al centro il Vangelo della Misericordia, riattualizzare il Concilio, proporre a tutti i cristiani la signoria dell’uomo sul sabato, scoprire i sepolcri imbiancati del farisaismo che si annidano nella società civile ma soprattutto in quella religiosa.
Da buon gesuita, Papa Francesco vorrebbe promuovere, nel cristiano, un “esercizio” della Scrittura che lo educhi a fare scelte personali libere, che inserendosi in una dimensione comunitaria, valorizzino i talenti di ciascuno; una fede “intelligente e consapevole” che nella dimensione “francescana” promuova la realizzazione di un Vangelo “sine glossa”. Un Vangelo il cui rendiconto finale sia la salvezza delle persone e non, nella migliore delle ipotesi, il numero dei battesimi e delle comunioni amministrate; con la tentazione, per alcuni presbiteri, di avere un popolo da manovrare e strumentalizzare, piuttosto che da educare ad una fede matura.
Le accuse di “eresia” al Papa e al Vescovo, in questa prospettiva, oltre che di per se ridicole, spesso forse vogliono proprio nascondere paure di perdita di potere o di influsso su debolezze colpevolmente create.
Per tutto ciò, non dobbiamo stupirci di situazioni come quella che si è creata a Romagnolo. Una comunità cristianamente matura si comporterebbe in maniera diversa dalla “standing ovation” al parroco; e di converso, altre comunità non adeguatamente formate seguirebbero allo stesso modo il loro parroco solo che questi avesse il desiderio di scissione. Come per altri parroci, sempre seguiti da comunità “osanna-crucifige”, ci sarebbero da correggere protagonismi di altro genere.
Ci sarà molto da lavorare, allora; la Chiesa di Palermo ha il compito facilitato, ma gravoso, del modello di Padre Pino Puglisi; un prete discreto, che promuoveva la Parola, le vocazioni, i ruoli di ciascuno. Non certo un parroco-satrapo, ma un parroco che ha pagato con la vita la profezia e il coraggio. E con una “standing ovation” stranamente tardiva.