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«Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»” (Lc 10, 30-37).

Nuove ricerche filologiche su questo brano evangelico, promosse dalla “Federazione delle vere Chiese Cattoliche”, hanno lievemente modificato il contenuto del passo, che suonerebbe adesso così:

«Gesù riprese: “Uno straniero scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide giustamente passò oltre dall’altra parte, per non contaminarsi. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre, recandosi al Sinedrio. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Un giudice del Sinedrio, informato del fatto dal levita, condannò il Samaritano per complicità con i briganti, per insudiciamento della strada con olio e vino e maltrattamento di animali; condannò anche l’albergatore, per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, evasione fiscale e ingiusto profitto”.

Le “vere Chiese Cattoliche” sponsorizzano questa versione; Papa Francesco, inguaribile tradizionalista, si ostina ad attenersi al vecchio testo del Vangelo.

Ogni riferimento a persone o fatti accaduti in questi ultimi tempi è puramente caUSale.

Le correnti vicende della Chiesa di Palermo denotano certamente un malessere, che ritengo più diffuso di quanto non appaia, a tutti i livelli, nei confronti del “nuovo” che emerge dalle scelte pastorali (badiamo bene, pastorali, e non dottrinali) del pontificato di Papa Francesco, e, per riflesso, di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra diocesi dall’avvento dell’Arcivescovo don Corrado Lorefice, che aderisce fino in fondo alle direttive del Pontefice.
Questo malessere, a mio parere, ha delle radici remote, la prima delle quali è la carenza di un’autentica evangelizzazione per tutti, e della conseguente mancata promozione del ruolo dei laici nella Chiesa. Dopo la “fiammata post-conciliare”, che ha dato alla intera comunità ecclesiale la possibilità di accostarsi alla Parola (da qui la recente accusa di luteranesimo al Concilio e ai suoi sostenitori), e quindi di individuare ben precisi ruoli, non più riservati soltanto ai presbiteri, vi è stato un lungo periodo di “anestesia generale”, in cui sono prevalse nuove forme di clericalismo, con raduni di massa piuttosto che comunità di ascolto, con devozionismi piuttosto che riflessioni sulla Parola. Queste ultime erano promosse da iniziative circoscritte piuttosto che da spinte generalizzate: ad esempio, gli incontri sulla Parola del card. Martini a Milano, la riflessione sulla Scrittura nella comunità di Bose di Enzo Bianchi.
Spesso, il prevalere del clericalismo e del devozionismo ha favorito, a livello di base, l’affermazione della figura di quello che definisco “parroco-satrapo”, che nella sua parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo, Papa e Monarca assoluto, con poco o nessun riferimento al suo Vescovo e men che meno al Magistero conciliare. La parola continuava ad essere filtrata, piuttosto che proposta e mediata, e la sua valenza rivoluzionaria nella vita cristiana stordita e attenuata. In un tempo di ricerca di sicurezze, esse venivano poste più in una scorza di moralismo che nella salda certezza della fede in un Dio misericordioso e accogliente. La lettura del Vangelo veniva sostituita da quella, di secondo livello, del Magistero soprattutto in ordine alla morale sessuale e alla disciplina ecclesiastica, e si assolutizzavano come costituenti la fede problematiche importanti ma non fondanti di essa. La ricerca del trascendente veniva mistificata in ritualismi, piuttosto che in scuole di preghiera, nella ricerca del sensazionale e miracolistico piuttosto che in esercizi spirituali o in adorazioni eucaristiche.
Papa Francesco, con coloro che nelle chiese locali lo hanno seguito, non ha fatto altro che raddrizzare la prospettiva, senza peraltro toccare dogmi, scelte morali, discipline; portare al centro il Vangelo della Misericordia, riattualizzare il Concilio, proporre a tutti i cristiani la signoria dell’uomo sul sabato, scoprire i sepolcri imbiancati del farisaismo che si annidano nella società civile ma soprattutto in quella religiosa.
Da buon gesuita, Papa Francesco vorrebbe promuovere, nel cristiano, un “esercizio” della Scrittura che lo educhi a fare scelte personali libere, che inserendosi in una dimensione comunitaria, valorizzino i talenti di ciascuno; una fede “intelligente e consapevole” che nella dimensione “francescana” promuova la realizzazione di un Vangelo “sine glossa”. Un Vangelo il cui rendiconto finale sia la salvezza delle persone e non, nella migliore delle ipotesi, il numero dei battesimi e delle comunioni amministrate; con la tentazione, per alcuni presbiteri, di avere un popolo da manovrare e strumentalizzare, piuttosto che da educare ad una fede matura.
Le accuse di “eresia” al Papa e al Vescovo, in questa prospettiva, oltre che di per se ridicole, spesso forse vogliono proprio nascondere paure di perdita di potere o di influsso su debolezze colpevolmente create.
Per tutto ciò, non dobbiamo stupirci di situazioni come quella che si è creata a Romagnolo. Una comunità cristianamente matura si comporterebbe in maniera diversa dalla “standing ovation” al parroco; e di converso, altre comunità non adeguatamente formate seguirebbero allo stesso modo il loro parroco solo che questi avesse il desiderio di scissione. Come per altri parroci, sempre seguiti da comunità “osanna-crucifige”, ci sarebbero da correggere protagonismi di altro genere.
Ci sarà molto da lavorare, allora; la Chiesa di Palermo ha il compito facilitato, ma gravoso, del modello di Padre Pino Puglisi; un prete discreto, che promuoveva la Parola, le vocazioni, i ruoli di ciascuno. Non certo un parroco-satrapo, ma un parroco che ha pagato con la vita la profezia e il coraggio. E con una “standing ovation” stranamente tardiva.

Muro o ponte?

Si stanno radicalizzando, oggi, due posizioni fondamentali nell’intendere l’uomo, il mondo, il suo destino e nell’agire di conseguenza: due posizioni radicalmente opposte, e ben rappresentate da alcuni leader della terra e della nostra Italia in particolare.
La prima posizione riguarda la difesa strenua di status quo, di privilegi, di ricchezze, di prerogative. Ed è trasversale all’Occidente e all’Oriente, all’una e all’altra delle rispettive civiltà. In Occidente, come chiusura a riccio nella difesa di razza, religione, cultura, risorse, indebitamente riferite al cristianesimo. Trump a livello internazionale, Salvini in Italia sono i leader più rappresentativi di questa tendenza. In Oriente, l’estremizzazione dell’Islam rappresentata dall’ISIS. La rappresentazione “plastica” di tale concezione è il muro.
La seconda posizione è quella che invece riconduce tutto ad una concezione di “misericordia”, non intesa soltanto religiosamente, o come un buonismo fine a se stesso; ma come la consapevolezza che “ogni uomo è mio fratello”, e pertanto, pur nella giusta considerazione di regole da rispettare, vi sono mani da tendere, poveri da assistere. Colui che “incarna”, a tutti i livelli, questa tendenza, è Papa Francesco, per il quale rappresentazione plastica di questo secondo atteggiamento è il ponte.
Paradossalmente, anche nell’ambito della Chiesa, purtroppo, è presente questa lacerazione; Chiesa che invece dovrebbe univocamente evangelizzare l’ “ama il tuo prossimo come te stesso”.
Queste posizioni sono, prima che politiche, psicologiche; prima che sociali, appartenenti alla sfera emotiva ed affettiva di ciascuno. E nascono pertanto nell’intimo della propria coscienza. Una coscienza chiusa a riccio o rivolta all’altro, senza dimenticare se stessa; una coscienza egoista o, in questo sì, finalmente “cristiana”.
Si richiede pertanto all’uomo di oggi “da che parte sta”: dalla parte del guardare soltanto a se stesso, o dalla parte del ricercare il bene comune, che poi gratifica anche le proprie vere esigenze.
In conclusione, prima di votare per questo o quel partito, domandiamoci a quale di queste concezioni appartenga; ma ancor prima, domandiamoci, in coscienza, a quale di queste visioni del mondo noi vogliamo aderire.

Maria Madre di Dio

Forse non ci rendiamo abbastanza conto della portata logica e teologica che hanno per i cristiani queste semplici parole, con cui oggi si celebra “Maria Madre di Dio”. Non soltanto “Madre di Cristo”, ove la maternità umana è comune a tante altre donne; ma “Madre di Dio”, che appare una contraddizione in termini: Dio, per definizione, non può avere un’origine. Eppure il Concilio di Efeso definì questa affermazione teologica in forma di dogma: la divinità della maternità di Maria. Ciò “ribalta” la dignità di una umanità considerata prima del cristianesimo soggetta al dispotismo di un Dio vendicativo, e ne rivalorizza il ruolo. In Maria l’uomo “genera” Dio, si riconosce “figlia del suo figlio”, si reimpasta dal fango primordiale a quell’amalgama di materia e di spirito che ha voluto il suo Creatore; si riconcilia con la divinità riconoscendone il progetto. Così Maria, più che un’immagine da altarino diviene un’icona della Trinità, il “quarto” elemento di cui rende compartecipe l’umanità tutta.
E questa solidarietà di Dio con l’umanità dovrebbe essere la spinta propulsiva verso la pace: la doppia celebrazione di Capodanno, di Maria Madre di Dio e della Giornata mondiale della Pace ce ne rende ragione.

Tempo di Natale

Rivendico, da cristiano, il “copyright” del Natale. Sì, il Natale è di Gesù Cristo, collocato in un preciso periodo temporale, in un ben identificato contesto storico-geografico. È anzitutto la storia di una coppia, che, considerata straniera ma in realtà originaria della zona di Gerusalemme, ha dovuto far nascere il bambino che la donna portava in grembo nella periferia di Betlemme, in una stalla trovata come estremo rifugio. Un contesto di precarietà estrema, prima che di povertà, che la fa somigliare tanto alla condizione dell’uomo di tutti i tempi.
Da cristiano, credo che questo bambino sia il figlio di Dio, la manifestazione dell'”abbassamento” dell’Onnipotente, della vicinanza ricercata dal Padre. E sia segno di una partecipazione di Dio alla vicenda dell’uomo.
Per questo, nonostante la iniziale rivendicazione di esclusività, questo bambino non è soltanto dei cristiani, è di tutti. Perché porta con sè il DNA di Dio, e lo partecipa a tutti gli uomini. Ai cristiani anzitutto, che credono in lui, ma a tutti. Perchè il DNA di Dio è lo Spirito “soffiato” ad Adamo, prima che manifestato in Cristo. Ed è uno spirito di bontà, bellezza, conoscenza, fratellanza, eguaglianza in dignità, libertà: valori che possono essere da tutti riconosciuti come “umani”, oltre che dai credenti anche come divini. È questo intreccio di divinità e di umanità che caratterizza il Natale: la primogenitura di Cristo comporta un coinvolgimento di tutti. E comporta anche la condivisione dell’azione volta a ricercare e perseguire questi valori comuni. Diversi, senz’altro, dalle sdolcinature di un neo paganesimo consumistico; espressione invece del Dio fatto carne nella stalla di Betlemme.

L’ultimo leader

La scomparsa di Fidel Castro è stata salutata, per lo più, da una parte come la morte di un eroe solitario, dall’altra come la fine miserevole di un delinquente. Non si è colta appieno, a mio parere, la sua dimensione storica, di ultimo vero leader comunista (non considero infatti comunisti i dirigenti cinesi ormai pienamente “globalizzati” e, men che meno, quel pazzo del presidente della Corea del Nord, che più che al socialismo reale si rifà al terrorismo atomico).
Il comunismo: punto di riferimento di intere generazioni, capace di generare speranze e di suscitare azioni rivoluzionarie e quindi anche politiche, per affermare una diversa concezione della società; una grande idealità, trasformatasi prima in utopia, poi in disillusione e in sconfitta, attraverso i percorsi di una storia pieni di eroi, ma anche di dittatori sanguinari e di masse strumentalizzate. Fidel Castro ne fu l’interprete più simbolico, lontano com’era dalla burocrazia sovietica, e capo di una terra piccola ma cosí vicina al gigante statunitense. L’ideale, la lotta, la conquista e la gestione del potere, che diventa a sua volta difesa ad oltranza e oppressione. Ma anche organizzazione di nuovi modelli sociali di sanità ed istruzione.
La fine del comunismo e del suo “leader maximo” non deve coincidere con il seppellimento delle sue idealità positive e delle sue realizzazioni sociali, semmai con la sconfitta delle sue storture e aberrazioni storiche. Se ne sono accorti nientemeno che tre Papi, che hanno incontrato Fidel Castro in vari momenti della sua “leadership”, mai mancata nè indebolita dalla malattia. Soprattutto Papa Francesco, che ha dato contenuto diplomatico alla sua volontà di ravvicinare le istanze di giustizia dei popoli latino-americani con i modelli di democrazia propri della civiltà occidentale. Di queste “sintesi” il mondo ha bisogno, più che delle scorribande da cow-boy minacciate da Trump, più che del materialismo “pratico” che si accompagna al capitalismo liberista. E se errori storici il comunismo ha compiuto, forse non ne è stato estraneo il suo materialismo teorico, il suo sganciamento dalla realtà spirituale.

Guardandoci intorno, vediamo il progressivo inaridirsi di valori un tempo condivisi. A livello planetario si assiste al venir fuori di atteggiamenti “difensivi”, più che affermativi di progresso, alla chiusura delle frontiere dell’anima prima che degli Stati. Coloro che propugnano gli egoismi personali e nazionali sono sempre più seguiti rispetto a chi ricorda la fratellanza e la solidarietà. Queste ultime, anzi, sono sempre più credute sinonimi di debolezza e arrendevolezza.
Le caratteristiche dell’essere uomo, cioè del possedere, accanto alla ragione, “viscere di misericordia”, sono sostituite dalla “visceralità assoluta” dell’istinto di conservazione, e basta.
Le nuove generazioni assistono per lo più passive a questi fenomeni, e hanno pochi strumenti per contrastarli: anche le testimonianze degli “anziani”, che quei valori li hanno più o meno vissuti, non bastano, forse perché li propongono in maniera rigida ed antiquata.
Modernizzare la riproposizione dei valori non significa rinnegarli, ma rinfrescarli, servirsi di strumenti nuovi, ma soprattutto interagire a livello personale e di gruppo per smascherare i facili cortocircuiti che portano alle soluzioni più drastiche di soffocamento più che di risoluzione dei problemi.
Chiudere gli occhi per non vedere i problemi, chiudere le frontiere per non affrontare i drammi non risolve, ma radicalizza agli estremi le soluzioni, che dall’una parte e dall’altra possono essere “finali”.
In vari schieramenti ideologici e politici possono trovarsi uomini di “buona volontá”, che non cedano al ricatto delle facili ricette. A costoro il compito di compattarsi in maniera trasversale, anche rinunciando a prese di posizione preconcette, allo scopo di “rivegetare il deserto” e di fornire supporto culturale ed educativo ad una umanitá inaridita.