Feeds:
Articoli
Commenti

Muro o ponte?

Si stanno radicalizzando, oggi, due posizioni fondamentali nell’intendere l’uomo, il mondo, il suo destino e nell’agire di conseguenza: due posizioni radicalmente opposte, e ben rappresentate da alcuni leader della terra e della nostra Italia in particolare.
La prima posizione riguarda la difesa strenua di status quo, di privilegi, di ricchezze, di prerogative. Ed è trasversale all’Occidente e all’Oriente, all’una e all’altra delle rispettive civiltà. In Occidente, come chiusura a riccio nella difesa di razza, religione, cultura, risorse, indebitamente riferite al cristianesimo. Trump a livello internazionale, Salvini in Italia sono i leader più rappresentativi di questa tendenza. In Oriente, l’estremizzazione dell’Islam rappresentata dall’ISIS. La rappresentazione “plastica” di tale concezione è il muro.
La seconda posizione è quella che invece riconduce tutto ad una concezione di “misericordia”, non intesa soltanto religiosamente, o come un buonismo fine a se stesso; ma come la consapevolezza che “ogni uomo è mio fratello”, e pertanto, pur nella giusta considerazione di regole da rispettare, vi sono mani da tendere, poveri da assistere. Colui che “incarna”, a tutti i livelli, questa tendenza, è Papa Francesco, per il quale rappresentazione plastica di questo secondo atteggiamento è il ponte.
Paradossalmente, anche nell’ambito della Chiesa, purtroppo, è presente questa lacerazione; Chiesa che invece dovrebbe univocamente evangelizzare l’ “ama il tuo prossimo come te stesso”.
Queste posizioni sono, prima che politiche, psicologiche; prima che sociali, appartenenti alla sfera emotiva ed affettiva di ciascuno. E nascono pertanto nell’intimo della propria coscienza. Una coscienza chiusa a riccio o rivolta all’altro, senza dimenticare se stessa; una coscienza egoista o, in questo sì, finalmente “cristiana”.
Si richiede pertanto all’uomo di oggi “da che parte sta”: dalla parte del guardare soltanto a se stesso, o dalla parte del ricercare il bene comune, che poi gratifica anche le proprie vere esigenze.
In conclusione, prima di votare per questo o quel partito, domandiamoci a quale di queste concezioni appartenga; ma ancor prima, domandiamoci, in coscienza, a quale di queste visioni del mondo noi vogliamo aderire.

Maria Madre di Dio

Forse non ci rendiamo abbastanza conto della portata logica e teologica che hanno per i cristiani queste semplici parole, con cui oggi si celebra “Maria Madre di Dio”. Non soltanto “Madre di Cristo”, ove la maternità umana è comune a tante altre donne; ma “Madre di Dio”, che appare una contraddizione in termini: Dio, per definizione, non può avere un’origine. Eppure il Concilio di Efeso definì questa affermazione teologica in forma di dogma: la divinità della maternità di Maria. Ciò “ribalta” la dignità di una umanità considerata prima del cristianesimo soggetta al dispotismo di un Dio vendicativo, e ne rivalorizza il ruolo. In Maria l’uomo “genera” Dio, si riconosce “figlia del suo figlio”, si reimpasta dal fango primordiale a quell’amalgama di materia e di spirito che ha voluto il suo Creatore; si riconcilia con la divinità riconoscendone il progetto. Così Maria, più che un’immagine da altarino diviene un’icona della Trinità, il “quarto” elemento di cui rende compartecipe l’umanità tutta.
E questa solidarietà di Dio con l’umanità dovrebbe essere la spinta propulsiva verso la pace: la doppia celebrazione di Capodanno, di Maria Madre di Dio e della Giornata mondiale della Pace ce ne rende ragione.

Tempo di Natale

Rivendico, da cristiano, il “copyright” del Natale. Sì, il Natale è di Gesù Cristo, collocato in un preciso periodo temporale, in un ben identificato contesto storico-geografico. È anzitutto la storia di una coppia, che, considerata straniera ma in realtà originaria della zona di Gerusalemme, ha dovuto far nascere il bambino che la donna portava in grembo nella periferia di Betlemme, in una stalla trovata come estremo rifugio. Un contesto di precarietà estrema, prima che di povertà, che la fa somigliare tanto alla condizione dell’uomo di tutti i tempi.
Da cristiano, credo che questo bambino sia il figlio di Dio, la manifestazione dell'”abbassamento” dell’Onnipotente, della vicinanza ricercata dal Padre. E sia segno di una partecipazione di Dio alla vicenda dell’uomo.
Per questo, nonostante la iniziale rivendicazione di esclusività, questo bambino non è soltanto dei cristiani, è di tutti. Perché porta con sè il DNA di Dio, e lo partecipa a tutti gli uomini. Ai cristiani anzitutto, che credono in lui, ma a tutti. Perchè il DNA di Dio è lo Spirito “soffiato” ad Adamo, prima che manifestato in Cristo. Ed è uno spirito di bontà, bellezza, conoscenza, fratellanza, eguaglianza in dignità, libertà: valori che possono essere da tutti riconosciuti come “umani”, oltre che dai credenti anche come divini. È questo intreccio di divinità e di umanità che caratterizza il Natale: la primogenitura di Cristo comporta un coinvolgimento di tutti. E comporta anche la condivisione dell’azione volta a ricercare e perseguire questi valori comuni. Diversi, senz’altro, dalle sdolcinature di un neo paganesimo consumistico; espressione invece del Dio fatto carne nella stalla di Betlemme.

L’ultimo leader

La scomparsa di Fidel Castro è stata salutata, per lo più, da una parte come la morte di un eroe solitario, dall’altra come la fine miserevole di un delinquente. Non si è colta appieno, a mio parere, la sua dimensione storica, di ultimo vero leader comunista (non considero infatti comunisti i dirigenti cinesi ormai pienamente “globalizzati” e, men che meno, quel pazzo del presidente della Corea del Nord, che più che al socialismo reale si rifà al terrorismo atomico).
Il comunismo: punto di riferimento di intere generazioni, capace di generare speranze e di suscitare azioni rivoluzionarie e quindi anche politiche, per affermare una diversa concezione della società; una grande idealità, trasformatasi prima in utopia, poi in disillusione e in sconfitta, attraverso i percorsi di una storia pieni di eroi, ma anche di dittatori sanguinari e di masse strumentalizzate. Fidel Castro ne fu l’interprete più simbolico, lontano com’era dalla burocrazia sovietica, e capo di una terra piccola ma cosí vicina al gigante statunitense. L’ideale, la lotta, la conquista e la gestione del potere, che diventa a sua volta difesa ad oltranza e oppressione. Ma anche organizzazione di nuovi modelli sociali di sanità ed istruzione.
La fine del comunismo e del suo “leader maximo” non deve coincidere con il seppellimento delle sue idealità positive e delle sue realizzazioni sociali, semmai con la sconfitta delle sue storture e aberrazioni storiche. Se ne sono accorti nientemeno che tre Papi, che hanno incontrato Fidel Castro in vari momenti della sua “leadership”, mai mancata nè indebolita dalla malattia. Soprattutto Papa Francesco, che ha dato contenuto diplomatico alla sua volontà di ravvicinare le istanze di giustizia dei popoli latino-americani con i modelli di democrazia propri della civiltà occidentale. Di queste “sintesi” il mondo ha bisogno, più che delle scorribande da cow-boy minacciate da Trump, più che del materialismo “pratico” che si accompagna al capitalismo liberista. E se errori storici il comunismo ha compiuto, forse non ne è stato estraneo il suo materialismo teorico, il suo sganciamento dalla realtà spirituale.

Guardandoci intorno, vediamo il progressivo inaridirsi di valori un tempo condivisi. A livello planetario si assiste al venir fuori di atteggiamenti “difensivi”, più che affermativi di progresso, alla chiusura delle frontiere dell’anima prima che degli Stati. Coloro che propugnano gli egoismi personali e nazionali sono sempre più seguiti rispetto a chi ricorda la fratellanza e la solidarietà. Queste ultime, anzi, sono sempre più credute sinonimi di debolezza e arrendevolezza.
Le caratteristiche dell’essere uomo, cioè del possedere, accanto alla ragione, “viscere di misericordia”, sono sostituite dalla “visceralità assoluta” dell’istinto di conservazione, e basta.
Le nuove generazioni assistono per lo più passive a questi fenomeni, e hanno pochi strumenti per contrastarli: anche le testimonianze degli “anziani”, che quei valori li hanno più o meno vissuti, non bastano, forse perché li propongono in maniera rigida ed antiquata.
Modernizzare la riproposizione dei valori non significa rinnegarli, ma rinfrescarli, servirsi di strumenti nuovi, ma soprattutto interagire a livello personale e di gruppo per smascherare i facili cortocircuiti che portano alle soluzioni più drastiche di soffocamento più che di risoluzione dei problemi.
Chiudere gli occhi per non vedere i problemi, chiudere le frontiere per non affrontare i drammi non risolve, ma radicalizza agli estremi le soluzioni, che dall’una parte e dall’altra possono essere “finali”.
In vari schieramenti ideologici e politici possono trovarsi uomini di “buona volontá”, che non cedano al ricatto delle facili ricette. A costoro il compito di compattarsi in maniera trasversale, anche rinunciando a prese di posizione preconcette, allo scopo di “rivegetare il deserto” e di fornire supporto culturale ed educativo ad una umanitá inaridita.

Al di là

“L’uomo supera infinitamente l’uomo” (B. Pascal)

L’uomo è uomo in quanto costantemente sollecitato all’ “al di là”. “Al di là” nel proprio essere terreno, come sogno e realizzazione di progetti personali e sociali; ma anche “al di là” della sua stessa vita, per lasciare un’impronta più o meno profonda e ampia di se stesso nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. È comunque impossibile che la nostra vita non abbia altro senso che quella di fermarsi. Fermarsi è morire. Per il credente in Cristo, l’ “al di là” si allunga e si allarga nella dimensione della vita eterna, della resurrezione finale. E se ben ci pensiamo, questa è, o sarebbe, per tutti, la prospettiva più affascinante, ma anche più razionale: una realizzazione piena dell’incompiuto terreno.
È quello che ci chiediamo soprattutto di fronte alle morti meno “logiche”: di un bambino in Africa, della vittima innocente di una catastrofe naturale, come la fine improvvisa o precoce, per incidente o malattia, di un giovane.
E coloro che ci hanno preceduto ce lo ricordano soprattutto oggi: la morte dovrebbe farci meno paura perché in comunione con loro. La “commemorazione dei defunti” non è semplice ricordo, ma ri-attualizzazione del nostro essere misteriosamente ancora insieme.

Le orge dei dissoluti

“Le orge dei dissoluti”: così vengono definite dal profeta Amos le vite di coloro che, arricchitisi col sudore e col sangue dei poveri, pensano soltanto ai loro piaceri, e ad aumentare le loro ricchezze. Il Vangelo di questa domenica, quello del ricco epulone e del povero Lazzaro, rincara la dose, e promette un’inversione del destino eterno di questi due uomini, rispetto alla condizione attuale. C’è nel Vangelo, cioè, una presa di posizione netta di Gesù Cristo nei riguardi della distribuzione dei beni terreni: una posizione che si schiera inequivocabilmente dalla parte del povero. Il cristiano è interpellato, anche politicamente, soprattutto se laico, su questa posizione così radicale; non può tergiversare nelle sue scelte, non può nascondersi dietro paraventi di perbenismo o di legalismo, che risuonano falsi di fronte alla drammaticità degli eventi umani, personali e sociali, cui oggi assistiamo. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, partecipa alla sua piccola “orgia”: quando dimentica il fratello per perseguire le sue mire, che possono essere anche nobili e dignitose, anche legalmente ineccepibili, ma sempre secondarie rispetto ai bisogni primari del prossimo. L’educazione della coscienza, su questo versante, previene “corti circuiti” giustizialisti o dall’altro lato razzisti, avviando il cristiano impegnato nella politica, in qualsiasi ambito di partito, ad un serio esame di coscienza personale, ad un impegno educativo concreto sui valori, alla capacità di assumere con trasparenza gli impegni della sua azione. È ciò a prescindere dalla scelta partitica, che può e deve essere libera da vincoli di interesse ed esclusivamente coerente con i fondamenti ideologici e morali del suo agire. Nell’ambito delle proprie scelte, il cristiano non dovrà supinamente conformarsi a slogan o programmazioni precostituite, ma invece dovrà essere critico ed insieme propositivo. Non dovrebbero esistere, per il cristiano, partiti del “no” o del “sì” aprioristici; il cristiano, evangelicamente, dirà “sì, sì”, “no, no” quando c’è da dirli, secondo la propria scelta consapevole e non secondo le direttive dei potentati, da qualsiasi parte provengano: finanziari, lobbistici, mass-mediologici.
Infine, la scelta dei poveri, che ai cristiani indicano il Vangelo e il Papa, può essere una scelta condivisa con quanti, “diversamente” credenti, possono confluirvi. E allora sarà nella dialettica democratica la piattaforma di incontro e la convergenza dell’azione.
Dai cristiani, è dunque indispensabile “un supplemento di amore” (V. Bachelet) per costruire “la civiltà dell’amore” (Paolo VI).