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Archive for aprile 2015

Primo maggio

Non a caso, fra i beni fondamentali citati più volte da Papa Francesco (vi ritorno spesso perché mi sembrano costituire il faro di un’alta visione “politica” che dovrebbe essere comune) c’è il lavoro e non il cibo. Tutti, nel mondo, con una ridistribuzione più equa delle risorse disponibili, potrebbero essere “sfamati”. Ma anche questo, benché ancora utopico, non basterebbe. Bisogna, dice il Papa, ridare “dignità” all’uomo con il lavoro, cioè con la sua possibilità di produrle, queste risorse, di metterle a disposizione della comunità umana, e di accedervi; produrle secondo le inclinazioni, le doti, i mezzi e le capacità di ciascuno. E sulla base di ciò essere “equamente” retribuito, “senza disparità di sesso” (lo ha affermato ieri con forza) o di altra forma di discriminazione. Con le tutele dovute, ma anche senza “furbizie”; con le garanzie di legge, ma anche senza sotterfugi motivati soltanto dalla pigrizia e dalla mancanza di coscienza del valore sociale della propria prestazione lavorativa. E in questo, non vi sono lavori di serie A e di serie B. Tutti devono essere a servizio dell’uomo e della società. Oggi, il lavoro, purtroppo, è visto come un privilegio, piuttosto che come diritto-dovere. Quando si ha, si cerca di accaparrarne il più possibile, ignorando le altrui possibilità e facendone un idolo cui sacrificare ogni altro valore; quando manca, sottoponendosi a ricatti e vessazioni pur di ottenerne uno senza garanzie e a bassa retribuzione. Una società, una politica “sane” devono riequilibrare tali sperequazioni. E ciascun lavoro “privilegiato”, con le conseguenti “pensioni dorate”, magari ottenuto in tempi di “vacche grasse”, può e deve essere ridimensionato, con la volontà di tutti, per riversare le risorse “superflue” a favore di più lavoro e dignità per tutti. Il primo maggio, “festa del lavoro” e non solo “dei lavoratori”, deve appunto essere occasione di riflessione su questo valore fondamentale, che da “condanna” biblica, in una dinamica di trasformazione “pasquale”, deve trasformarsi per tutti in mezzo di dignità e di progresso.

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Liberazione

C’è libertà e libertà, democrazia e democrazia. Ci può essere una libertà imposta, una democrazia “esportata”. Ne siamo pieni, oggi. Il “liberatore”, il “democratizzatore” può essere paradossalmente un oppressore.
Non fu così, il 25 aprile di settant’anni fa. La “liberazione” degli Alleati fu preparata, affiancata e condivisa, e poi addirittura “superata” nella coscienza e nella cultura, da ideali comuni sofferti e vissuti, oltre che guadagnati a prezzo di sangue e sacrifici.
Questa fu la Resistenza al nazi-fascismo. Una “resistenza del sì”, della proposta, oltre che dell’opposizione. Una resistenza della condivisione, della capacità di mediazione, del perseguimento di conquiste, della rinuncia a posizioni pregiudiziali per costruire insieme un progetto comune, una casa da abitare insieme. Una resistenza veramente “popolare”.
Questa la genesi della nostra Costituzione. Ben lontana dalle lotte fratricide, dai giochetti di potere, dalle furbizie meschine, dall’acquisizione di facile consenso. Ben lontana dalla conquista di poltrone, dall’acquisizione di privilegi. Ben lontana dalla Camera dei Deputati vuota, la vigilia della festa della Liberazione, in occasione del dibattito su un cittadino italiano ucciso “per sbaglio”. Ben lontana dalle “mediazioni di comodo” sul bombardamento dei barconi, complice una Comunità Europea anch’essa remota agli ideali di De Gasperi, Adenauer, Schumann.
Cerchiamo di celebrare il 25 aprile, da cittadini, più degnamente di come ci appare la politica attuale, ma anche delle nostre individuali e collettive convinzioni, avvelenate da almeno trent’anni di “quieto vivere”, di omologazione al ribasso; convinti che una vera conquista di libertà e democrazia non può avvenire a prescindere dalla cultura, dal sacrificio, dalla volontà di costruire insieme.

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Guardare negli occhi una persona è forse una delle esperienze che possono cambiare il cuore dell’uomo. L’ho fatta, ieri pomeriggio, al Centro Astalli di Palermo, ove mi reco due volte al mese per fare ambulatorio, come medico volontario, per gli extracomunitari che vi afferiscono. Di solito, ricorrono alle cure mediche persone di tutte le età che vivono in città e che vi lavorano stabilmente. Un lavoro gratificante, di aiuto e di sostegno, ma tutto sommato routinario. Ieri, invece, recandomi al Centro per il mio turno di lavoro, ricevo la telefonata della collega coordinatrice del servizio. “Sono sbarcate stamattina a Palermo centinaia di persone, provenienti dai “barconi della morte”, e alcune di esse hanno cercato assistenza nel nostro Centro. Sospendiamo ogni attività consueta e dedichiamoci a loro”, mi dice. Appena arrivato, ho trovato una quarantina di persone, provenienti dall’Eritrea, ove la guerra uccide e affama, dall’espressione indimenticabile, un misto di sofferenza, paura, abbandono: gli occhi infossati, le guance scavate, le gambe malferme, la pelle rinsecchita; allocati tutti compostamente nel cortile del Centro. In questi momenti si raggiunge la perfetta identificazione fra l’essere medico e l’essere solidali, partecipi, coinvolti in pieno dalla sofferenza dell’uomo, della donna, del ragazzo, del bambino che ci sta di fronte. E lo spirito organizzativo di tutti gli operatori si fonde in un accordo perfetto per dare una mano a “questo” prossimo. Alcuni volontari formiscono cibo ed acqua, altri cominciano ad attivare le docce, altri al “bazar” provvedono ad abiti puliti. Io, con l’aiuto di un giovane eritreo del Centro che mi fa da interprete, comincio a visitare. Pustole e lesioni della pelle prodotte dalla macerazione cronica, diarree da alterazioni microbiche intestinali, sindromi da raffreddamento per le notti all’adiaccio nei barconi, ferite infette causate chissà da quale evento traumatico, cicatrici antiche forse in relazione a torture subite… è un avanti e indietro, con la mia collega che mi ha nel frattempo raggiunto, a procurare farmaci, creme, talchi, dopo l’esortazione a fare una doccia che finalmente ripulisca e ristori.
Nonostante i loro bisogni impellenti, di tutti i tipi, fanno la fila ordinatamente, per le docce, per i vestiti, per il cibo, per la visita medica (penso alle pseudo-file e alle litigate dei palermitani).
Con qualcuno si scambia qualche parola in più, in inglese, si chiede la loro età, per lo più giovane, il loro lavoro in Africa: meccanico, studente, insegnante di informatica (Salvini, ma non sono tutti “straccioni”? Non vengono qui per togliere il pane agli italiani?). Ancora, una giovane madre con tre bambini, dal volto triste perché il marito è rimasto in Africa, un giovane uomo che alza gli occhi al cielo in segno di confidenza in Dio per il suo futuro… Si affaccia qualche sorriso.
Sono state quasi quattro ore intense, ma serene, nonostante le brutture viste ed ascoltate. È già quasi buio, molti sono già andati via, verso la Stazione ove sperano di prendere un treno per Roma o Milano, forse comprando a 300-400 euro dei biglietti ferroviari contraffatti da palermitani furbi, come mi hanno informato…
Le donne e i bambini, ed alcuni giovani, rimangono ancora per un po’. Confidano in un ulteriore pasto serale; altri si attardano alle docce o al bazar.
Due di loro, che necessiterebbero di ricovero ospedaliero, vanno via lo stesso, prendendo i farmaci di cui li abbiamo forniti, ma preferendo comunque partire.
Abbiamo finito l’assistenza medica. Ce ne andiamo pensierosi, contenti comunque di essere stati in qualche modo utili.
Una considerazione mi s’affaccia: quei “beni fondamentali” e “servizi pubblici” elencati da Papa Francesco come elementi fondamentali della convivenza umana: terra, lavoro, casa, salute, educazione, sicurezza e ambiente non possono essere perseguiti da soli, e per se stessi, ma condivisi. La tua salute, il tuo lavoro diventano la mia sicurezza, la mia educazione il tuo star bene, il nostro ambiente la nostra terra. Sono beni intercambiabili e da globalizzare. Promuovendo l’uno, per tutti, si promuove l’altro, per tutti. Se la mia terra deve restare la mia terra, la mia sicurezza la mia sicurezza, la tua casa la tua casa, si ingenerano e proliferano la diffidenza, la violenza e la sopraffazione, la guerra, le stragi, i morti in mare.
E in ultimo: finché la politica non “guarda negli occhi” coloro di cui si occupa, non regge lo sguardo di chi soffre, non sarà mai una buona politica. Tutti gli uomini che ascoltano la propria coscienza, ed i cristiani in particolare, dovrebbero essere coloro che “profetizzano” questo sguardo.

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Tutto da leggere, il Messaggio di Papa Francesco alla Conferenza degli Stati Americani. In esso il Papa individua sette realtà, fra “beni fondamentali” (terra, lavoro, casa) e “servizi pubblici” (salute, educazione, sicurezza e ambiente), come bisogni primari dell’uomo inserito in un contesto sociale.
Mi sono reso conto del valore di queste proposizioni, cercando di vederle applicate ai vari contesti di aggregazione umana. E ho sentito la consapevolezza delle distanze fra l’enunciazione di questi seppur semplici elementi e la loro effettiva fruizione.
La prima distanza è la non coscienza di questi bisogni essenziali: la nostra società sembra faccia il gioco delle tre carte per nasconderceli, ce ne rivela altri, ben più effimeri e superflui, dietro i quali noi corriamo come gli ignavi danteschi dietro le bandieruole.
Celiamo a noi e agli altri le cose più importanti; oppure (questa è la seconda distanza) cerchiamo di accaparrarli per noi, dilatati a dismisura, per poi dire ai nostri “concorrenti”: “non ce n’è più, ci dispiace!”.
Terza distanza: lo sciupío del denaro pubblico, la dilapidazione degli investimenti, la trascuratezza dell’amministrazione, che dovrebbe invece considerare bene prezioso, da incanalare nell’alveo della buona spesa, le poche risorse disponibili.
Gli uomini, qualunque responsabilità assumano, dovrebbero far tesoro delle indicazioni del Papa, e i cristiani in particolare ricordare a sé e agli altri questi semplici ma profondi insegnamenti. Se il Magistero della Chiesa li esprime é perché colpevolmente molti laici (credenti e non) se ne sono dimenticati, nei loro ambienti di lavoro specialmente amministrativo, sociale e politico.
E se ben li consideriamo, ciascuno e nel loro complesso, essi costituiscono gli elementi fondamentali della crescita delle persone e dello sviluppo dei popoli. Non abbiamo più alibi: adesso, nella persona del Papa, troviamo un punto di riferimento alto ed autorevole, e non solo della cristianità. Condividiamo con tutti questi obiettivi, e a tutti i livelli adoperiamoci per perseguirli.

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Motivi per vivere

Siamo in una condizione esistenziale personale, sociale, universale in cui la ricerca di motivi validi per vivere trova sempre più una sua ragione. Siamo in un perenne stato di “demotivazione”. Le nostre pesantezze personali, familiari, i rapporti con gli altri sempre più difficili e competitivi, le notizie di cronaca spesso a senso unico negativo, la condizione nazionale ed universale di perenne conflittualità si configurano come colpi sempre più energici ai nostri ideali, ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni di persone comuni, che come tutti ricercano un equilibrio e una direzione chiara di marcia. Il Vangelo, e in specie il contesto liturgico di questa settimana, anche se non ci dà risoluzioni miracolistiche, ci indica una chiave di lettura della nostra realtà, e ci mostra una strada. La motivazione per vivere coincide con quella di dare la vita, non soltanto nel senso “eroico” del termine, ma anche in quello quotidiano del donarsi e del servire. La Pasqua é questo continuo passaggio dal dare la vita al ritrovarla, dal donarla al riconquistarla. Se si dona si riceve, se si serve ci si realizza. Spesso ci si sente abbandonati anche da Dio, come Gesù sulla croce. Ma il silenzio non è assenza, anche se è duro crederlo. Le convinzioni personali possono traballare, ma è proprio qui che è necessaria la certezza che Dio ci ama e ci è vicino. E le nostre “emergenze” sono altrettanto importanti delle nostre “ordinarietà”, per crescere. Lo dico con difficoltà ma con convinzione; la convinzione del cieco nato, del lebbroso, della peccatrice del Vangelo: “Signore, se tu vuoi, puoi guarirmi”, soprattutto nella mia visione della vita, sconfiggendo le mie paure e le mie angosce. Facendoci intravedere la Resurrezione.

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