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Archive for febbraio 2013

Al di là del limite…

Benedetto XVI ha dato le dimissioni. Una bomba mediatica, che ha innescato, a catena, una infinità di reazioni.

Ancor prima di ascoltare le dichiarazioni pompose e sussiegose dei prelati la cui carriera può essere sconvolta, in meglio o in peggio, da questo evento; o dei politici che piangono lacrime inondando i giornali di rimpianti per una persona della quale, almeno per la maggior parte, non gliene poteva importare di meno; o di spulciare, sulla rete, le infinità di battute e commenti senza conoscenza che, di solito,  viene fuori in queste occasioni, vorrei provare a riflettere su questa notizia con la maggiore immediatezza possibile.

E’ un evento che fa sicuramente “storia”: storia della Chiesa, ma anche Storia e basta. Dimettersi dalla Cattedra di Pietro: lo hanno fatto, prima dell’attuale, soltanto quattro Papi. L’ultimo, Celestino V, divenuto “segno” di contraddizione: secondo Dante “colui che fece per  viltade il gran rifiuto”; secondo Ignazio Silone, nel suo romanzo “L’avventura di un povero cristiano”, un monaco che rivendicò il primato della sua vera vocazione  rifiutando una carica che non reputava adatta a sé.

Al di là di tutte le dietrologie che si possano avanzare, è qui, mi pare, la valenza profetica di questo gesto: guardare al proprio limite umano da parte di una persona cui questo limite viene in prevalenza nascosto. Le folle osannanti, i curiali compiacenti, i prelati desiderosi di fare carriera celano al Papa la sua umanità, ne fanno un dio. Soltanto i Santi, come Francesco, come Filippo Neri,  come Caterina da Siena gli ricordano che egli è “soltanto” rivestito della funzione di riattualizzare Cristo, e Cristo crocifisso, oltre che risorto; Cristo-Dio che è anche Cristo-Uomo.

Uno dei brani della Scrittura che qualifica meglio la figura di Pietro è il passo degli Atti degli Apostoli in cui Pietro dice: “Invero sto rendendomi conto…”, cioè quando, chiamato in casa del pagano Cornelio, prende atto che non possiede la pienezza della verità, ma che alla verità può arrivare solo se in ascolto dello Spirito e della storia. E il Papa proprio questo ha fatto: si è posto in ascolto di Dio e della propria condizione personale di inadeguatezza fisica, e ha preso una decisione fuori della comune prassi umana.

Benedetto XVI ha capito, da solo, che è, come tutti gli uomini, limitato: nella senescenza della sua età non riesce a far fronte alla sua Missione, di cui si rivela altamente consapevole. E allora lascia a chi è più fresco di lui il timone della barca di Pietro.

Mi sembra, piuttosto che un atteggiamento di viltà, un gesto di grande coraggio; anche nei confronti di chi, rivestito di cariche anche in altri ambiti, rimane attaccato al suo potere, arrogandosi la prerogativa della onnipotenza e della immortalità. Dio solo è onnipotente e immortale, sembra dirci il Papa; la Chiesa soltanto, in quanto tale, è “al di là del limite” umano e dei frangenti della Storia.

Ho contestato, nel mio piccolo, durante il suo Pontificato, tante sue prese di posizione, mantenendo naturalmente la fedeltà al Suo ruolo di Pastore Supremo della Chiesa. Non mi si può accusare certo di piaggeria, da semplice laico fedele a Cristo, sulla conduzione di alcune questioni pastorali da lui gestite. Ma in questo momento onoro quest’uomo che, con una decisione coraggiosa e responsabile, ha fugato ogni dubbio sul suo profondo amore per Cristo e per la Chiesa. E’ stato, forse, il gesto più significativo del suo pontificato. Esso può liberare nuove energie nella Chiesa,  se soltanto coloro che dovranno assumere responsabilmente la scelta del successore seguiranno criteri di saggezza e non calcoli di potere, ascolteranno la voce dello Spirito piuttosto che quella dei propri interessi personali o di congrega. Dalla storia sappiamo purtroppo che lo Spirito Santo sa anche ritirarsi in buon ordine quando l’egoismo degli uomini prende il sopravvento. Egli guarda sempre con rispetto le loro libere decisioni, quali che siano, riservandosi sempre di agire per mezzo dei Santi, al di dentro o al di fuori delle mura dei Palazzi apostolici.

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E’ di tutti noi esprimere la nostra protesta contro un certo modo di intendere e di fare politica: denunziare i privilegi, cercare di abbattere la “casta”, ridurre gli sprechi cui ogni giorno assistiamo. Lo sapremmo, lo sappiamo fare tutti; sappiamo tutti escogitare nuovi modi di esporre l’altrui sopruso. Ne sono pieni i “social network”, di proclami, di spot, di indignazioni giuste contro i prevaricatori, gli affamatori, i privilegiati. E unirmi con questo a quanti, nella campagna elettorale, privilegiano questo tipo di indirizzo, lo saprei fare benissimo anch’io.

Ascoltare la “pancia” è molto facile. Dare le coordinate per far colpire da Al Qaeda il nostro Parlamento smuove entusiasmi irrefrenabili. Il nostro Parlamento: quello in cui “gozzovigliava” Mussolini come “bivacco per manipoli”, ma anche quello per cui Partigiani, Prigionieri nei Lager nazisti,  sinceri democratici di tutti i partiti hanno dato la vita; certo non per affermare privilegi, ma per dare leggi giuste al nostro popolo, in primo luogo la Costituzione Repubblicana, cui tutti, a parole, si ispirano.

E allora se solleviamo un po’ la nostra visione politica dalle viscere alla ragione, forse avremo da usare un altro tipo di linguaggio.

Togliere l’IMU, anzi, restituire quella già pagata… le folle esultano. Mi sembra un entusiasmo pari alla proclamazione dell’Impero, delle leggi razziali, della dichiarazione di guerra…

Ma a chi viene restituita l’IMU se non, maggiormente, a chi l’ha pagata più cara, e cioè a chi ha più case, più risorse, più redditi? La restituzione dell’IMU non è in fondo una patrimoniale alla rovescia, che avvantaggia i ricchi, toccando marginalmente i meno abbienti? Allora la pancia che ha applaudito, se si pensa un po’ di più, applaude meno questo tipo di imbonitori e di cialtroni, smascherando le vere finalità di queste proposte. Sarebbe più razionale, se restituzione ci dev’essere, privilegiare le fasce più deboli. Allora applaudirei anch’io. Sempre guardando a non ritornare alla bancarotta che si stava producendo con una politica economica che eufemisticamente definirei “allegra” (in tutti i sensi).

Una giustizia più giusta, una lotta radicale alla mafia… d’accordo. Ma quanti mafiosi applaudono all’antimafia, come quanti preti conniventi applaudono a Padre Puglisi (da morto)? E un fare del giustizialismo gratuito, di tutte le erbe un fascio delle altre formazioni politiche, non dà agio a chi è veramente disonesto di fare la vittima, piuttosto che di pagare per i suoi delitti?

La pancia  mi dice: roghi, ghigliottine, inquisizioni per i corrotti; ma nelle rivoluzioni  (più o meno civili) quanti giusti sono stati coinvolti ed impediti dal compiere ciò che ritenevano doveroso e necessario?

Mi sembra che la vera rivoluzione è la rivoluzione della ragione sulle pretese viscerali di questa o di quella parte politica.

E dobbiamo ben stare in guardia anche da chi, mascherato da un “aplomb” impeccabile, comincia a rinnegare ciò che ha fatto anche meritoriamente e a “blandire” le masse con promesse che lui stesso aveva poco prima giudicate improponibili.

Le viscere della moltitudine sono la ragione di pochi, che mirano a ben altri interessi che a quelli del popolo. Alcuni dicono: l’Italia è ingovernabile. Ma chi lo dice sono coloro che la vogliono soggiogata al loro potere.

Dare elementi di ragionamento piuttosto che pulsioni che vengono dal basso, e al basso conducono, è nostro dovere di cittadini, prima che di appartenenti a questo o a quello schieramento elettorale.

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