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Archive for agosto 2014

Samuel lo scriba

Mi chiamo Samuel, scriba d’Israele, studioso fin dall’infanzia, dedito alla Parola dettata da Dio al mio popolo. Servitore di questa Parola, le ho dedicato la vita. Sono ancora celibe, ho sposato la Scrittura. Immaginate con quanta consapevolezza ho aderito ad essa, carne e ossa. E alle sue conseguenze nella Legge. Un intellettuale “organico”, si direbbe in altri tempi. Poco tempo fa, un terremoto ha scosso ogni mia certezza: un episodio banale, che però ha dato alle mie convinzioni una spallata “mortale”. Ma andiamo con ordine. Mi recai quella mattina al Tempio, per consultare dei rotoli, come sempre. E mi ritrovai coinvolto in una discussione accesa sull’attività di uno di questi “rabbì”, che si trovava nei paraggi, originario di Nazareth in Galilea, città senza storia e senza significato. La maggior parte dei miei amici, scribi come me e farisei, aveva la mia stessa idea: uno dei tanti ciarlatani che si faceva codazzo (e soldi, pare lo finanziassero delle donne ricche affascinate da lui), proclamando di essere addirittura il Messia. Coraggioso, non c’è che dire: altri, al massimo, si esibivano come profeti. Pochi altri, invece, parlavano di lui come persona straordinaria, dai rapporti umani cordiali, dal messaggio accattivante, dai poteri non comuni. Chiesero esplicitamente il mio parere: dissi che la pensavo come la maggioranza, ma che per onestà intellettuale non potevo giudicarlo prima di averlo visto all’opera. Un profeta, conclusi, e a maggior ragione il Messia in persona, non poteva discostarsi dagli insegnamenti di Mosè, dalla Scrittura e dalla Legge. Avremmo aspettato tutti, allora, l’occasione per interrogarlo. Ce ne diede modo, quel pomeriggio stesso, un fatto eclatante. Una donna del luogo era stata scoperta dal marito a letto con l’amante. Era frequente, anche se non proprio consuetudinario, che il marito trovasse dei testimoni e venisse a denunciare pubblicamente la moglie perché fosse sottoposta alla prescritta lapidazione. Così fece; e noi tutti fummo d’accordo che bisognava applicare la legge. Due dei più agguerriti di noi proposero però di mettere alla prova, sull’argomento, il presunto Messia. Trascinammo quindi la donna nel luogo dove ci avevano riferito che si trovava, in un cortile polveroso, con un sole che spaccava le pietre. Sedeva, solo, seduto su un gradino in un triangolo d’ombra; probabilmente i suoi stavano riposando altrove. Pareva sonnecchiasse anche lui. Eravamo una discreta folla, e lui, al vederci, si riscosse. Il capo della Sinagoga gli si rivolse, forse ironicamente, appellandolo “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. La legge di Mosè ne prescrive la lapidazione”. Lo guardai, si mostrò, più che contrariato dall’irruzione della gente, infastidito dal quesito posto. E anziché affrettarsi a dare una qualsiasi risposta a una tale autorità, incredibilmente si volse verso terra e cominciò a scrivere sulla polvere. Avevamo cominciato a raccogliere pietre da terra: alcuni, i più giovani, grossi sassi appuntiti; io, che non potevo sottrarmi alla prescrizione di Mosè, ne presi invece uno piuttosto piccolo, pensando di lasciare ad altri il lavoro “sporco”. Non amavo la violenza, ero un uomo di studio, e l’uccisione di un essere umano mi ripugnava. Ma la Legge era la Legge. Lui intanto continuava a scrivere a terra. “Allora?” reclamò la gente; “allora?” ripetè il capo della Sinagoga. Finalmente, si voltò verso di noi e disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro questa donna”. E continuò a scrivere a terra. Altre pietre si mossero. Furono quelle di un muro, del muro granitico delle mie certezze, quello che stava cominciando a crollare sulle mie spalle; quello della rigida distinzione fra giusti e peccatori, fra salvati e dannati, fra redenti e reprobi, fra sani e malati; dell’ipocrita sentirsi in un recinto preservato dal male. Nel silenzio che seguì, rotto soltanto dai singhiozzi di quella donna, cominciai a interrogare me stesso, per la prima volta a prescindere dai libri e dai codici. Il coinvolgimento di tutti nel peccato ci inabissava a livello di quella peccatrice… ma forse faceva presentire per tutti la possibilità della salvezza. Cominciai a capire che più che la legge salva la misericordia, più che il sacrificio il perdono. E rilessi mentalmente la Rivelazione divina in questa chiave. Mentre lui scriveva, io leggevo in me stesso i miei errori, i miei limiti umani, le mie piccole e grandi ambizioni… i miei peccati. Era come leggerli sulla lavagna di quella terra polverosa. La pietra mi cadde dalle mani, non la tenevo più stretta, come da quelle di altri miei amici, con i quali incrociammo gli sguardi. Ce ne andammo tutti, uno alla volta. Io, fra gli ultimi, vidi appena che quell’uomo scambiava qualche parola con quella donna; ma non mi scandalizzai, come avrei fatto solo qualche istante prima. Si allontanarono anche loro due; tornai indietro, entrai furtivo in quel cortile. Volevo leggere quanto era scritto a terra; ma i piedi di tutti lo avevano spazzato via, nella ritirata precipitosa. Pensai che quanto era stato cancellato nella polvere, sarebbe rimasto impresso nel cuore.

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