Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2015

Croci e crocifissi

L’identificazione con le vittime di violenza ha recentemente coinvolto molti di noi. “Io sono Charlie”, adesso “Io sono Aldo Naro” hanno invaso ed invadono le strade e le bacheche di Facebook. Ciò mi induce ad una riflessione: fino a che punto sono realmente coinvolto, sono veramente Charlie o Aldo Naro? Fino a che punto, adesso, non diventa una moda scrivere di “essere” una persona? È la mia vita ad identificarsi con essa, o il cartellone che porto, o la foto del profilo che mostro?
La vera partecipazione è la condivisione. E la condivisione è con-passione, empatia profonda.
È prima di tutto memoria di chi è morto per una causa, o apparentemente senza causa: insomma, di chi è morto “innocente”. Poi è disponibilità all’impegno, al “pagare di persona”, al “morire” per il perseguimento di un obiettivo di giustizia e di bene. Poi è azione concreta perché la persona in questione non sia morta invano. Poi è speranza in un futuro che non contempli simili sacrifici.
Tanti sono i simboli di tali testimonianze, di tali “martirî”. Il primo che mi viene in mente è la foto di Che Guevara, appena ucciso, per il suo popolo; ma anche i morti delle fosse Ardeatine, dei lager, delle foibe, dei gulag.
Ma quello che investe tutti, per l’universalità del suo sacrificio, è il “crocifisso”, con la “c” minuscola; non primariamente il Cristo, ma l’uomo. Non la “Croce” di Cristo, ma l’uomo universale innocente condannato ingiustamente a morte, inchiodato alla croce. Croce che in questa prospettiva assume la veste di “patibolo”, non di simbolo di un’appartenenza religiosa, dell’affermazione di una superiorità. Non la croce, insomma, posta sullo scudo del crociato, ma quella fatta di legno grezzo, da cui pende un uomo nudo e torturato. Un crocifisso “laico”, spogliato da ogni orpello, da ogni pretesa di primato, da ogni appartenenza di razza o di cultura, che per il cristiano naturalmente riveste un immenso supplemento di significato, ma che per tutti è il riferimento di un comune sentire. Questo è il crocifisso che mi piace appeso negli uffici e nelle scuole: quello che parla a tutti di “sacrificio”. Non la croce dei leghisti, da contrapporre alla mezzaluna o alla stella di Davide, ma il crocifisso che diventa l’egiziano copto massacrato dai fanatici dell’ISIS, il migrante annegato in mare, il ragazzo sul selciato di una discoteca, in cui tutti possano riconoscersi.
Mai come in questa Quaresima appena iniziata la cronaca ci offre tanti “crocifissi”: nella nostra Sicilia, nella nostra Italia, nel nostro mondo. Vittime di una violenza atroce e immotivata (Aldo Naro), vittime di scelte politiche forse scriteriate e della carente organizzazione sanitaria (Nicole), vittime di femminicidio (tante, troppe per essere enumerate tutte), vittime della fame, della violenza e dello sfruttamento (migranti), vittime degli eccidi dettati da fanatismo cieco (ISIS) e da sete di potere economico prima che politico (questione russo-ucraina). In questo turbinio di violenza che sembra occupare quasi totalmente interi telegiornali, sgomenti ci si chiede se dobbiamo continuare ad ascoltare queste vicende, se dobbiamo tapparci le orecchie o spegnere il televisore, o se possa esserci la speranza di un ritorno alla ragione e alla convivenza nella pace.

Annunci

Read Full Post »

Trentacinque anni sono passati da quando il vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, veniva ucciso dalle Brigate Rosse sulle scale dell’Università “La Sapienza” di Roma. Il giorno dei funerali, davanti al Presidente Pertini commosso e stupefatto, il figlio Giovanni perdonava pubblicamente gli assassini del padre. Questi fatti portarono alla ribalta della conoscenza generale un uomo altrimenti schivo, riservato, riflessivo, non “mediatico”, quale appunto era Vittorio. Gli fui presentato molti anni prima, da ragazzo, quando era Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica, da mio padre, Presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Palermo, a Roma in occasione di un Consiglio Nazionale. Mi colpì il suo sorriso, buono ed aperto. Seguii con passione, negli anni della mia giovinezza, questo laico cattolico, così amico di Paolo VI, ma non per questo succube della Gerarchia ecclesiastica; un laico “in piedi”, che coniugava la sua immensa preparazione giuridica con una non comune profondità teologica e soprattutto con una intensa spiritualità. Un laico che affermava, sulle orme del Concilio, “riversato” nel nuovo Statuto dell’Azione Cattolica, il ruolo del laicato nella Chiesa, un ruolo non di rimorchio nè di sudditanza, ma indispensabile tramite del messaggio evangelico nel mondo e nella storia, con autonomia di scelta e di responsabilità; una laicità del cristiano che si confronta con la laicità del non credente, valori entrambi, e non in contrapposizione. Bachelet come Lazzati, La Pira, Dossetti, Moro: grandi figure di cristiani, grandi figure di uomini di cultura, impegnati nel sociale e nel politico; uomini dalla risposta “lunga”, meditata, non dalla battuta magari ad effetto ma non adeguatamente riflettuta.
Di Vittorio Bachelet poi ho avuto la grazia e la fortuna di apprezzare l’umanità, il suo saper ridere, stare in compagnia, a tavola, il suo saper ascoltare anche le persone più umili e meno colte; é, d’ altra parte, i suoi discorsi compiuti, puntuali, colti, ricchi di spunti di riflessione e di spiritualità, nati certamente dallo studio ma anche da una profonda vita di preghiera.
Ricordo, in particolare, la conclusione della sua relazione alla sua ultima Assemblea Nazionale di Azione Cattolica. Fu una citazione di Tagore: “Dormivo, e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai, e vidi che la vita era servizio. Volli servire, e vidi che servire era gioia”.
Fui testimone anche di un episodio che per me rimase impresso indelebilmente nella mia mente e nel mio cuore di giovane, che testimonia la semplicità di quest’uomo. Nella stessa Assemblea Nazionale, durante la Messa, si alzavano in molti per le varie proposizioni della preghiera del fedeli. E quasi facevano a gara per proporre intenzioni complesse ed elevate, forbite e lunghe. Ricordo come fosse oggi che lui si alzò dal suo posto, si accodò alla fila e, quando fu il suo turno, disse soltanto: “Per i nostri bambini, noi ti preghiamo”.
Le Brigate Rosse seppero scegliere in lui , come in Aldo Moro, il bersaglio “giusto”, cioè chi poteva dare, secondo il loro modo di pensare, maggiormente fastidio, per statura culturale e politica; come d’altronde, in altro contesto, fece la mafia nei confronti di Padre Puglisi.
Bene fa dunque Sergio Mattarella, nel suo ruolo di Presidente della Repubblica e in quanto tale del Consiglio Superiore della Magistratura, a recarsi oggi alla Sapienza a rendere omaggio a Vittorio Bachelet e a celebrarne la memoria.

Read Full Post »

Lo spunto di questa mia riflessione è la prossima messa in scena, in un teatro di Palermo, dell’omonima commedia di Luigi Pirandello. Ma è soltanto il titolo, non il contenuto, che mi suggerisce alcune considerazioni.
Parto dal doppio messaggio del Papa e del Presidente della Repubblica all’anteprima dell’Expo 2015: messaggi estremamente “consonanti”, per nulla scontati o convenzionali, che scuotono le torpide economie dei paesi abbienti e propongono una inversione di tendenza riguardo ai fabbisogni economici delle popolazioni più svantaggiate.
L’uomo: essere solitario o solidale? Egoista o partecipativo? Fa il suo interesse nel perseguire vantaggi individuali, di etnia, di religione, nel chiudersi nella propria “casta”? Immagino la situazione del mondo come quella degli abitanti di una piccola isola di un arcipelago, minacciati da un incendio che li incalza. Degli yacht di lusso sono ormeggiati poco distante dalla costa, delle zattere giacciono sulla riva. E l’attuale comportamento è quello di precipitarsi su queste ultime imbarcazioni, lottando alla morte per trovare posto, eliminando fisicamente i concorrenti. Non si pensa di arrivare agli yacht poco lontani, pretendendo un “passaggio” dai ricchi proprietari, e di unire le forze per costruire in fretta altre zattere per far posto a tutti. Questo denunzia il Papa, questo sollecita il Presidente: una nuova visione del mondo e della storia, che induca alla solidarietà e alla partecipazione, una nuova “interpellanza”, che diventi giusta pretesa, dei “popoli della fame nei confronti dei popoli dell’opulenza” (cfr. Populorum Progressio di Paolo VI), adesso che anche nel contesto dei popoli dell’opulenza si aprono drammatiche “sacche” di povertà.
La “bestia”: è proprio ciò che impedisce la giusta visione e la conseguente azione. La identifico nella “paura”, e in tutti coloro che la agitano, facendo leva sulla diffidenza nei confronti del diverso, della “concorrenza”, della competizione. Altra “bestia” è l’ignoranza, ed ancora la superficialità. Tutte armi, ad esempio, di coloro che, come i leghisti in Italia, Alba Dorata in Grecia, cercano consensi soprattutto fra coloro cui più di tutti sono sottratte risorse.
La virtù, anzi “le” virtù: da quanto detto non possono che essere il coraggio, la cultura, la solidarietà, lo studio dei problemi, non di facile soluzione, la ricerca di vie e soluzioni nuove. “Il potere all’immaginazione”, era uno dei “mantra” del ’68; non possiamo curare nuove malattie con vecchi farmaci, nuove condizioni sociali con ricette di un’economia tradizionale, che continui a privilegiare gli stessi interessi.
Da cristiani e da cittadini, si ricominci a considerare “peccati” la riscossione di una pensione d’oro o la pubblicazione di un falso in bilancio, la partecipazione “fantasma” ad una commissione comunale o la mancata utilizzazione di risorse già investite: di questi, almeno, si ha un immediato riscontro nel Vangelo.

Read Full Post »

La “buona” politica

Da qualche giorno riassaporo la “buona” politica. Sì, c’è una buona politica e una cattiva politica, come una buona poesia e una cattiva poesia, una buona professione e una cattiva professione. Rifiuto la definizione di politica come “sporca” in quanto tale, di “sono tutti uguali”, di “quando sono eletti, fanno tutti i loro interessi”. Ma negli ultimi anni, sinceramente, ho avuto sempre meno argomenti per controbattere queste affermazioni. L’anti-politica ha prevalso, anche e forse soprattutto fra persone oneste, che detestano l’arrivismo, la sete di potere e di denaro, l’acquisizione e il mantenimento di privilegi. Alcuni politici hanno fatto leva sulla “pancia” dell’elettorato, gli slogan si sono sovrapposti agli slogan. Cercare gli scheletri nell’armadio dell’avversario di turno (salvo poi a rinasconderli quando questi diventava alleato) è stata una costante, piuttosto che la ricerca delle migliori soluzioni, la proposta di convergenze, la mediazione di interessi.
Da quando è stato proposto ed eletto il Presidente della Repubblica nella persona di Sergio Mattarella si sono, secondo me, ricreate le premesse per un “salto di qualità” rispetto al passato. Si sono prima ricercate e poi ratificate nel voto le caratteristiche fondamentali che deve possedere un uomo politico vero: la sobrietà, la pacatezza, l’onestà, il coraggio, la forza d’animo, la capacità di mediazione, l’adesione ad un ideale, la capacità di ascolto, il rispetto dell’avversario, lo spirito di sacrificio, l’indipendenza delle decisioni. Queste le necessarie qualità per la sua azione di garante della Costituzione, di arbitro fra i poteri dello Stato, di propulsione istituzionale e politica, di difensore dei più deboli.
Le premesse ci sono, le speranze sono fondate. Il discorso di insediamento al Parlamento non ha fatto altro che confermare queste premesse, che alimentare queste speranze. Finiamola di farci ancora del male cercando di trovare dietrologie e astuzie degne soltanto di chi le pensa, in buona o in malafede.
Abbiamo un buon Presidente. Auguriamogli un buon lavoro e diamo sostegno e supporto alla sua azione.
“La politica è la più alta forma della carità” affermava Papa Paolo VI. Che in tutti i cittadini, e non solo negli “addetti ai lavori” del bene comune si consolidi questa convinzione.

Read Full Post »