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Archive for gennaio 2014

La recente vicenda della “sottrazione” dei centocinquanta euro al mese al personale docente della scuola, con la figura ridicola fatta dal governo in merito alla proposizione e al successivo precipitoso ritiro della stessa, ripropone a mio parere la differenza fra ciò che è “politico” e ciò che è “tecnico”.  E per ben capirlo faccio un esempio “terra terra”. Ad una famiglia che ha il mutuo e varie altre spese e quindi non riesce a “pareggiare” di mese in mese il bilancio di casa, se il figlio ha l’opportunità di andare a qualificarsi con un “master” a pagamento per ottenere successivamenteun lavoro, si pone la scelta: pareggiamo il bilancio o facciamo un altro debito? Il “tecnico” pareggia il bilancio negando al figlio il master, il “politico” oculato fa un altro debito, perchè sa che “economia” non è soltanto far quadrare i conti  adesso, ma far quadrare le esigenze familiari e delle singole persone ( e anche dei soldi) anche in un prossimo futuro.

E se una nazione ha l’esigenza di proporre delle priorità (assistenza sanitaria, istruzione, infrastrutture) deve anche spendere per investire per il futuro, non può isterilirsi nel conto delle entrate e delle uscite. Certo, sarà più oculata nelle spese, eviterà gli sprechi, ma saprà anche indicare le risorse cui attingere per un progetto globale.

E’ per questo che ritengo aberrante la proposta di inserimento dell’obbligo del pareggio del bilancio nella Costituzione. Il bilancio sarà pareggiato quando le risorse impiegate saranno compensate dai risultati ottenuti, e ciò non soltanto in termini bruti di denaro, ma in realizzazioni di “benessere” individuale e collettivo. La politica, la vera politica, deve essere capace di dare indirizzi e obiettivi, e di perseguirli ad oltranza, con buona pace della formale correttezza dei conti.

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Caro Eugenio Scalfari

Caro Eugenio Scalfari,

ti scrive un assiduo lettore dei tuoi editoriali domenicali su “Repubblica”, che di solito condivide il 90% delle tue lucide analisi e delle tue accattivanti considerazioni. Ho letto attentamente, in questi ultimi tempi, le tue riflessioni sull’evento “rivoluzionario”, come tu lo definisci, o “di grazia” (e rivoluzionario al tempo stesso), come preferisco definirlo io, che è il pontificato di Papa Francesco. Tale evento è in realtà un “continuum” di gesti, atteggiamenti, prese di posizione, interventi che, a ben vedere, possono essere considerati invece “tradizionali”, in quanto ci restituiscono la primitiva genuinità del Vangelo di Cristo, scrostandola di tante sovrastrutture accumulatesi, e non sempre per responsabilità soltanto dei cristiani, nella vecchia e malandata compagine ecclesiale. Quest’opera di rinnovamento non intacca il contenuto della fede, ma ne cambia la prospettiva; privilegia ciò che veramente conta del messaggio evangelico, marginalizzando ciò che, soprattutto negli ultimi anni e durante gli ultimi pontificati, era diventato un “refrain” costante: il primato della morale, e di alcuni atteggiamenti “moralistici” in particolare, sulla fede. Non che gli ultimi Papi avessero abbandonato l’annunzio fondamentale della salvezza per dedicarsi esclusivamente a bacchettare a destra o a manca; ma in un’epoca fondamentalmente mediatica si deve ben saper evidenziare e distinguere il nocciolo dalla scorza; e in questo i mass-media ci hanno messo il carico, strombazzando i “no” della Chiesa ad unioni omosessuali, anticoncezionali e via dicendo, e tacendo invece su interventi magisteriali di ben altro “peso” come alcune encicliche sia di Giovanni Paolo II che di Papa Benedetto.

Ciò che mi ha lasciato perplesso è stato il tuo ultimo editoriale che in definitiva afferma che il Papa ha sostanzialmente “abolito” il concetto di peccato. Sinceramente, mi sembra una dichiarazione alquanto “semplicistica”, che merita se non altro un approfondimento. Io penso che, anzichè “azzerare” il peccato, Papa Francesco abbia invece “esteso” il numero dei peccatori: intanto, coinvolgendo fra essi la Chiesa e gli uomini di Chiesa. Se la Chiesa non fa una revisione al suo interno, non può essere credibile nel suo annunzio:  da qui, la lotta alla pedofilia, alla tratta delle novizie, alla “dogana” sacramentale, alla creazione di “mostri” nei seminari (parole testuali!). Non sono questi “peccati”? o peccati sono soltanto quelli contro una morale sessuale a senso unico, tanto contestati dentro e fuori la Chiesa? Mi sembra piuttosto che la vera rivoluzione di Francesco parta dalla considerazione che “tutti” sono oggetto dell’amore di Dio, e che di tutti la Chiesa si debba occupare, come Cristo, in qualunque condizione si trovino, senza meraviglia o scandalo: di coniugi eterosessuali sposati felicemente con 12 figli, come di gay che convivono; di suore di clausura, come di migranti sui barconi. Peccatori tutti, in quanto esseri umani soggetti al limite; ma amati, infinitamente, dal Padre della misericordia rivelatoci da Gesù Cristo.

E’ abolito il peccato? No, lo sperimentiamo ogni giorno, tutti; come credenti, ma anche come non credenti, quando scegliamo volontariamente ciò che è in contrasto con la nostra coscienza. Ed è sulla “coscienza” che molto spesso si equivoca: essa è ritenuta a volte, erroneamente, arbitrio, quando invece per tutti, credenti e non, è l’ultimo criterio di giudizio morale. E’ alla coscienza che il credente e il non credente si appellano; è la coscienza che accomuna, piuttosto che dividere, nelle scelte di tutti i giorni. Uccidere ripugna al credente come al non credente perchè la loro retta coscienza glielo suggerisce; ma credente e non credente spesso uccidono, e non per questo il non credente è più giustificato del credente. Si deve comunque rispondere in primis alla propria coscienza, per tutti; che la propria coscienza sia “creaturale” o “autonoma”.

Il concetto di “abolizione del peccato” parte da una cultura illuministica; ma tale cultura si è  successivamente confrontata con la storia, che purtroppo nel secolo scorso e nell’attuale ci insegna come l’uomo sia fondamentalmente, credente o non credente, “peccatore”, cioè capace di peccato.

“Non si è peccatori perchè si compiono peccati, ma si compiono peccati perchè si è peccatori”, diceva un mio amico gesuita. E’ proprio il riconoscimento del proprio limite che salva, ontologicamente e sociologicamente, l’uomo.

Per il cristiano, la misericordia di Dio che perdona è garanzia di eterna felicità; per il non credente, il seguire la propria retta coscienza, consapevole però del limite intrinseco alla natura umana, consegue la propria realizzazione personale. Un vero ritorno alla vera coscienza è pertanto condizione necessaria per migliorare questo nostro mondo, peccatore e da noi tanto amato (e anche e soprattutto da Dio, mi permetta).

Con stima, gratitudine e vicinanza

Domenico Sinagra

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