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Archive for dicembre 2014

Cattolici

“Cattolico” è una bellissima parola. La definizione “cattolico medio” la svilisce e la offende. Non c’è nulla di “medio” in essa. È una parola che dà espansione, che non rinchiude, che apre.
Ma andiamo con ordine. La Chiesa si definì “cattolica” alle sue origini proprio perché non voleva restare prigioniera di uno stretto ambito di tempo e di luogo, per espandere universalmente il messaggio evangelico. Fu nel corso della storia successiva che si cominciò a definire come “cattolica” la comunità dei seguaci del Papa di Roma: la progressiva parcellizzazione delle chiese cristiane, soprattutto dopo la riforma protestante, rese l’aggettivo “cattolico”, inizialmente col suo significato etimologico di “universale”, indicante invece una specifica porzione di cristiani. La Chiesa cristiana cattolica ebbe indubbiamente il merito storico e teologico di mantenere ben ferma la tradizione del messaggio evangelico e l’unità della gran parte dei fedeli cristiani; ma insita in questa “settorializzazione” si nascondevano ben altre pulsioni: all’egemonia temporale, alle mire espansionistiche territoriali e di potere, ad una conservazione della dottrina che, esasperata, portava alla Santa Inquisizione e ai roghi. Si volle (e si vuole ancora) confinare Dio in una Chiesa, si volle identificare il volere di Dio con le proprie ragioni. “Cattolico” diventò allora la definizione di un’appartenenza, piuttosto che il significato iniziale dell’apertura al mondo. E in quest’appartenenza c’è chi vuole trovare addirittura una “quiescenza appagata”, come Messori nella definizione di “cattolico medio”, di cui non si devono turbare i sonni.
“Dio non è cattolico” diceva il cardinale Martini, ripete a Scalfari Papa Francesco. Sì, Dio non è cattolico quando lo si fa guidare armate, quando lo si rinchiude in fortezze, quando se ne fa il custode di una dottrina e di una morale che separa. Papa Francesco lo vuole invece annunziare come cattolico, e sta lavorando perché lo diventi, quando lo fa riconoscere con il respiro universale del Padre misericordioso di tutti gli uomini.

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Il male assoluto

Qui in Sicilia negli ultimi giorni si sono perpetrate azioni atroci contro le vittime più indifese, i bambini: la neonata gettata viva nel cassonetto, e poi morta, la vicenda di Andrea Loris, il bambino di otto anni strangolato a Santa Croce Camerina.
Di fronte a questa e a molte altre notizie del genere, in Italia e nel mondo, l’opinione pubblica spesso si dispone, più che a condannare il gesto, ad individuare il mostro, gareggiando quasi a porre abissi fra quella persona, considerata il “male assoluto”, e la propria “pulizia morale”. Scandalosa è stata da molti giudicata la “vicinanza” del padre di Giorgia (così è stata chiamata la neonata di Palermo) con la madre assassina: è stata definita quasi una complicità col delitto.
Tanti che si definiscono cristiani manifestano questo atteggiamento di rifiuto assoluto; anzi, lo motivano proprio con la propria fede religiosa, definendo “buonismo” il cercare di capire, il distinguere il giudizio sull’eticità dell’azione dalla condanna spietata della persona che la compie. Perfino Papa Francesco che prega nella moschea di Istanbul è stato quasi bollato di “tradimento” nei confronti dei tanti cristiani perseguitati in nome della fede islamica. E molti “atei devoti” rincarano la dose, difendendo una cosiddetta “civiltà cristiana” di cui non dovrebbero neanche saper parlare, ben lontana in realtà dalla “civiltà dell’amore” ben identificata da Papa Paolo VI.
Tornando a ciò che scrivevo all’inizio, a parte il fatto che è molto difficile entrare nella mente e nel cuore di una persona, e giudicarla, il vero cristiano deve avere la certezza della Resurrezione, da cui deriva la consapevolezza della inesistenza del “male assoluto”, né come entità spirituale, né incarnato in una persona o in una struttura politica o sociale. La vittoria definitiva della resurrezione sul peccato e sulla morte manifesta proprio la prevalenza del “Bene assoluto” sui “mali relativi”: lo stesso Satana non si pone come male assoluto proprio perché sconfitto definitivamente dalla Redenzione di Cristo. Dentro ciascun uomo alberga Dio, Bene assoluto, che vi ha infuso il suo Spirito; la presenza di Satana può prevalere, anche drammaticamente, ma sempre parzialmente e temporaneamente, se l’uomo che commette anche il più atroce dei delitti ha la capacità di rispondere alla grazia che converte e solleva il peccatore. L’uomo, ciascun uomo, ha la capacità e la possibilità di essere “mostro”, come quella di essere santo. Nessuna meraviglia, quindi, se l’uccisore si converte o il santo pecca. L’uomo è un impasto di bene e di male, quest’ultimo mai definitivamente vittorioso se l’uomo non lo voglia tale. I più orrendi crimini contro l’umanità, il nazismo, la mafia, le atomiche, le stragi, le pulizie etniche sono anch’esse frutto di un male relativo, che il cristiano può e deve sconfiggere interloquendo con esso, mai demonizzandolo. Ce lo insegna letterariamente Manzoni col cardinale Borromeo, ce lo insegna nella realtà Padre Puglisi, ce lo insegna Cristo: i Romani, male assoluto per gli Ebrei, vennero da Gesú interpellati e considerati come persone; il centurione, piuttosto che il Dottore della Legge, professò per primo la fede nel Figlio di Dio morto sulla croce. E il non identificare il male con la persona che lo commette, non sminuisce, anzi rafforza la capacità di opporvisi, con tutte le forze; significa solo la ricerca di un alleato in più, colui appunto che lo compie, per combatterlo.
In preparazione al Natale, cioè all’irrompere del “Bene assoluto” sui “mali relativi” dell’umanità, prendiamo coscienza di questo, e accogliamo in noi e nell’altro il bene che Dio suscita, solo che lo vogliamo.

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