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Archive for ottobre 2015

Lettera al mio Vescovo

Carissimo don Corrado,
Le scrive un battezzato della sua nuova diocesi, che come tale Le esprime una grande gioia per la sua nomina ad Arcivescovo di Palermo: una nomina nello stile di Papa Francesco, cioè senza “stile” umano, ma con la saggezza dell’innovatore e del profeta. Non ho ancora la grazia di conoscerLa, ma già il fatto che Lei non sia stato nominato con una carica precostituita, che debba ancora percorrere il passaggio all’episcopato, me La rappresenta come compagno di viaggio, oltre che come prossimo maestro nella fede: “uomo e cristiano con voi, Vescovo per voi”.
La “corsa” a Palermo non costituisce più, finalmente, lo si è visto dalle più recenti “mosse” del Papa, un facile accesso alla porpora cardinalizia, ma la condivisione di un “carico” pesante, di una responsabilità seria. Questa salutare “scarnificazione” della Chiesa, come Corpo di Cristo, che Papa Francesco sta operando, la vuole affidare a suoi fidati collaboratori, che ricalcano nella loro azione la sua stessa visione pastorale.
Che dire al mio nuovo Vescovo? Rappresentargli da laico alcune esigenze che sento, e interpreto, anche attraverso il confronto con altri fratelli nella fede; consapevole con questo dei limiti e dei peccati che ciascuno di noi porta, e assolutamente convinto che senza la propria conversione personale e la grazia del Signore si possono avere chiare le prospettive ma vana risulterebbe ogni velleità di cambiamento.
La prima esigenza: una guida sicura nel cammino di fede, direttamente e attraverso un continuo stimolo ai sacerdoti: vivano la loro vocazione pienamente, non guardando ad interessi umani; considerino il celibato, finché questo è norma disciplinare del clero, un dono di libertà piuttosto che prigione della loro umanità; non si “attacchino” a strutture, anche quelle parrocchiali, divenendone “satrapi” e non servitori; ascoltino, prima di suggerire; si interroghino, piuttosto che pretendere; accompagnino le persone nella loro crescita umana e spirituale, invece di sostituirsi ad esse e spesso plagiarle; partecipino con interesse alla vita della gente, chiamino per nome ciascuno.
La seconda esigenza, il riconoscimento dei laici e della loro ministerialità. Possono dare alla Chiesa le informazioni, le competenze umane di cui essa spesso manca; possono essere presenti laddove latita la Parola, dove gli uomini perdono la “bussola” della loro vita, dove si vive la storia. E a Palermo queste realtà ambientali non mancano, Palermo è tutta un’immensa ‘periferia”, ove l’illegalità trionfa, ove l’arroganza si afferma, ove la concezione politica del bene pubblico affonda, ove la mafia trova ancora radici a cui attingere.
La terza esigenza è quella dei “poveri”, intesi come mancanti di qualcosa. L’emarginazione di intere fette di popolazione; la mancanza di prospettive di lavoro fra i giovani, cui la nostra generazione ha regalato una società malata, priva di valori, prima che di risorse; una religiosità che assume spesso le forme della superstizione, sono tutte realtà con cui da Pastore avrà modo di confrontarsi.
Ma la diocesi di Palermo non è soltanto piena di problemi, come tutte le altre. Ha anzitutto il privilegio di una risorsa “unica”: un prete che ha tracciato un cammino, Padre Pino Puglisi, che Lei ha conosciuto e “studiato”. Ecco, la Chiesa palermitana deve “soltanto” passare dal venerare le reliquie del nostro Beato ad “essere reliquia vivente” di Lui. E poi, come in tutte le realtà ecclesiali, accanto ai mestieranti e agli adulatori esistono preti e laici che hanno vissuto e vivono ancora le meraviglie del Concilio; ed esistono in ciascuno di noi risorse da stimolare.
Sta a Lei individuare queste risorse, sta a Lei vagliare il buono e il meno buono, sta ai suoi collaboratori aiutarla a conoscere senza “filtrare”, con giudizi e pregiudizi, questa conoscenza.
Mantenga la sua libertà, sempre. Sia certo di avere, nella sua alta missione, il sostegno della preghiera di molti, oltre alla fiducia del Papa.
Il suo messaggio da Vescovo eletto alla Chiesa di Palermo ce ne è garanzia. La Chiesa di Palermo è con Lei.
Ci benedica.
Mimmo Sinagra

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Ciò che potrebbe sembrare la chiave di volta per la solita tiritera moraleggiante sull’indissolubilità del matrimonio si rivela invece il “controcanto” di una nuova concezione sulle relazioni umane. Mi riferisco alla prima lettura della domenica di oggi, tratta dal libro della Genesi (2,18-24), che assume una importanza particolare: anziché, come di solito, una “prefazione” al Vangelo, essa stessa oggi costituisce il Vangelo, anche perché Gesù ne richiama integralmente i contenuti (Mc 10, 2-9); in un momento, tra l’altro, in cui si apre il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, e quindi si nota una maggiore sensibilità sui temi che riguardano la costituzione e la convivenza familiare.
La Genesi ci dice anzitutto che l’uomo non è “solo”, non è costituito “single”, ma necessita di un corrispettivo, di un “alter ego” che possa farlo crescere “in relazione”; come d’altronde Dio, che vive nell’unicità la sua relazione trinitaria.
Non esiste prima il maschio e poi la femmina: esiste l’essere umano, che l’opera creatrice di Dio “sdoppia” in maschio e femmina. Il reciproco riconoscimento di “ish” (uomo) e ish-a (donna) è il primo indissolubile legame, che deriva dal superamento della solitudine.
Nessun’altra creatura può “vicariare” tale rapporto; nessuna è stata riconosciuta dall’essere umano anche come “surrogato” di convivenza o di compagnia.
L’essere umano è dunque fatto per essere “sposato”: qualunque uomo o donna deve intendere la sua vita come relazione. Il legame matrimoniale è il vivere privilegiato questo rapporto, che equipara la relazione umana fra uomo e donna alla relazione sponsale con Dio. Ma qualunque altra forma di vita di relazione (anche la vita di celibato, o di convivenza di qualsiasi altro tipo) esprime l’esigenza dell’uomo di comunicare se stesso, e di ricevere dall’altro in una logica di donazione reciproca.
Non si capirebbe se no l’apparente contraddizione di una Chiesa che incoraggia e promuove l’istituto familiare, con una Gerarchia formata da celibi. Il celibato ha un immenso valore profetico e operativo: consente a chi se ne avvale (non a chi vi è costretto) di guardare e di far guardare “oltre”, e di darsi liberamente a tutti. Ma un passo in avanti dovrebbe essere anche il riconoscimento della “sponsalità” di ogni vocazione, sacerdotale, religiosa, matrimoniale, che la svincoli da legami precostituiti e la faccia esprimere nella sua piena libertà di spirito, permettendo caso per caso la sublimazione o la espressione affettiva di una sessualità matura verso un altro essere umano.
Queste le considerazioni che mi vengono in mente, anche attingendo dalla realtà quotidiana che ci si presenta in questi giorni. Questo l’auspicio che formulo, come cristiano insieme alla preghiera: che il Sinodo dia risposte non tanto su singoli temi giornalisticamente rilevanti, ma sui fondamenti di una vera convivenza umana.

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