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Archive for settembre 2012

Grazie, Eminenza!

 

 

 

Siamo abituati, ormai, oggi, a vedere e a considerare l’autorità, civile o ecclesiastica che sia, dalla sua apparenza esteriore, e di riconoscerla soltanto se rivestita di sussiego, di orpelli, “di frange e di filatteri”, come direbbe Gesù parlando degli Scribi e dei Farisei. E’ perciò raro quando riconosciamo che un’Eminenza è veramente “Eminenza”, che abbia la mitria da Vescovo sul capo o giri col “clargyman”: una persona cioè che si eleva, anche fisicamente, come una montagna, sulla piatta pianura e sulle basse colline della mediocrità generale. Tale è (ne parlerò  per lo più al presente, da cristiano, perché credo come Lui nella immortalità e nella resurrezione della carne) il cardinale Carlo Maria Martini.

Quando scompare, per dirla con Paolo VI, “dalla scena magnifica e drammatica di questo mondo”, una persona come Martini, riconsidero  la Sua persona, il Suo insegnamento, le Sue opere, per riflettere su cosa esso mi abbia lasciato come eredità spirituale, essendo stato per me come per tanti, del resto, un punto di riferimento personale, da ogni punto di vista: umano prima di tutto, ma anche culturale, politico, religioso, sacerdotale, ecclesiale.

Non l’ho conosciuto personalmente se non di vista, quando fu invitato dal’indimenticato Presidente  dell’Azione Cattolica Italiana, Vittorio Bachelet, a tenere una relazione in  occasione di un convegno nazionale a Roma. Erano gli anni “ruggenti” dell’immediato post-Concilio, quando la Chiesa era soggetta in maniera particolare alla tempesta dello Spirito, e i “profeti di sventura”, come li definiva Giovanni XXIII, erano stati vigorosamente ridimensionati. Martini era in quel periodo Rettore della Pontificia Università Gregoriana, e si occupava di studi biblici: un uomo di cultura, insomma. Mi colpì in quella lontana occasione la sua alta statura fisica, ma anche e soprattutto la chiarezza del docente appassionato della Sacra Scrittura.

Lo ritrovai poi nei suoi libri, e ne seguii il percorso (per altri potrebbe chiamarsi “carriera”): da Arcivescovo di Milano, soprattutto, la cui “fortunata” diocesi è stata qua e là costellata da “santi”: Ambrogio, Carlo e Federico Borromeo, Ratti (poi Pio XI), Schuster, Montini (poi Paolo VI), Colombo…  Lui.

Il Suo continuo riferimento alla identificazione del cristiano con la Parola più che con il “comportamento” fa sì che  ne scaturisse una mentalità “nuova”. Quella che fa dire a Cristo di non preoccuparsi di che cosa si dirà davanti al mondo, “perché lo Spirito vi suggerirà ciò che è opportuno dire”. Non quindi atteggiamenti preconfezionati, dettati da schemi etici precostituiti, ma “flessibilità” alle situazioni concrete, non opportunistica ma strettamente legata alla Parola di Dio. Una fede “pensante”, oltre che credente, come disse in una Sua memorabile intervista. Una fede che si interroga, che non dà nulla per scontato se non la certezza dell’Amore di Dio per tutti; ed una conseguente morale fedele soprattutto all’uomo; morale del “non giudicate”, della “misericordia” piuttosto che del “sacrificio”, del riconoscimento del limite piuttosto che dell’imposizione di clichè comportamentali. Un accostamento alla Parola per tutti, preti e laici, da cui scaturisce il “coraggio” di scelte anche inusuali, e di percorsi non sempre scontati. La comunità ecclesiale, in tal modo, diventa presente, come afferma il Concilio, ove è presente il singolo cristiano, che assume anche la responsabilità di rappresentarla e di annunziarla, senza bisogno di “spalle coperte” né di legislazioni “protettive”; una Chiesa “sfrondata” da sovrastrutture, che, seppur costituita anche da limiti umani, dia segni visibili di conversione, di povertà, di “non ho né oro né argento, ma quello che ho ti dono: alzati e cammina”, come citato da Giovanni XXIII nella giornata inaugurale del Concilio.

E’ questo che il mondo attende, più che tutto il resto: una parola di speranza di cui si fa segno la Chiesa: un “alzati e cammina” che lo renda vivibile, e di cui Carlo Maria Martini è stato promotore, non come esponente marginale e solitario di una comunità elitaria (ha sempre rifiutato le congreghe), ma come Vescovo perfettamente inserito in una comunità, non soltanto circoscritta alla Sua Diocesi, da educare, ma in cui anche avere fiducia.

Sto ultimando queste riflessioni mentre scorrono davanti ai miei occhi le immagini in diretta delle Sue esequie; e contemplo in esse una Chiesa che arranca nella storia, “pura e peccatrice”, bisognevole fondamentalmente di docilità alla Parola e allo Spirito, nel cui soffio amante e liberante Lui ci ha insegnato a credere e sperare.

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