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Archive for febbraio 2016

Dopo il bailamme sorto nel dibattito sulla legge delle unioni civili, mi sembra opportuna una riflessione sul ruolo dei cristiani in tale contesto, culturale prima che legislativo. Offro a tutti i miei pensieri “a voce alta”, opinabili certamente, ma scaturiti da una lunga meditazione e soprattutto da un certo “vissuto” nella comunità ecclesiale.
Tre, penso, siano le fonti cui il cristiano deve attingere per vedere, giudicare, agire sulla realtà umana e sociale: prima di tutte la Parola. Essa è costituita dalla Scrittura biblica: una Scrittura certamente, così come si presenta, “datata” e per questo bisognevole di interpretazione e di collocazione. In essa, ci viene presentato un piano: il piano del Creatore, che disegna una relazione privilegiata fra l’uomo e la donna, costituendola nucleo di una realtà familiare aperta alla generazione di nuove creature. Ma nella stessa Scrittura sono configurate altre realtà esistenziali: la singolarità di vita (consacrata e vedovile), la comunità aperta alla evangelizzazione o comunque al bene comune. Nella Bibbia, è vero, sono condannate Sodoma e Gomorra, ma di più, nel contesto del messaggio di Gesù, coloro che “credono di credere” e si pongono ad ostacolo della Misericordia. E poi, mi sembra, che più che l’omosessualità in sè siano condannate le depravazioni orgiastiche (anche quelle eterosessuali, vedi lettere paoline) che poco hanno a che vedere con un rapporto singolare e fedele.
La seconda fonte è la Tradizione della Chiesa, che “storicizza” la Sacra Scrittura, e che contiene, per esempio, la sacramentalizzazione del matrimonio. Esso è visto, coerentemente con la Bibbia, come modello privilegiato di alleanza eterna fra Dio e il suo popolo. Ma anche il sacramento dell’ordine, che nella Chiesa Cattolica di rito romano è addirittura di fatto alternativo al matrimonio, è una possibile vocazione; come lo sono le vocazioni religiose maschili e femminili, laiche consacrate, e le scelte di celibato nei vari contesti religiosi e sociali. Dio non giudica migliori o peggiori le une o le altre collocazioni; c’è spazio per tutti nella Chiesa, ed in questo contesto le risorse sono parimenti accolte ed accettate come i limiti umani. Questo ci insegna il Magistero, ogni forzatura che spinga verso una forma od un’altra di partecipazione deve essere respinta energicamente (“siamo tutti occhi? siamo tutti braccia?” Paolo nella sua visione del Corpo Mistico risponde così efficacemente al “Family day”).
La terza fonte del cristiano è lo sguardo “lungo” ai segni dei tempi. Ce lo ricordò Giovanni XXIII, ce lo ripete incessantemente Papa Francesco. Possiamo annunziare le realtà eterne soltanto se ancorati alle realtà terrene, non assumendo del mondo comunque per intero “i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo” (Paolo VI). Guardiamoci intorno, non chiudiamo gli occhi alle vecchie e nuove realtà che ci interpellano. Non facciamo del cristianesimo un tabù intoccabile, una “dogana spirituale”, un Medioevo (che nel Medioevo era moderno) perenne. Ascoltiamo i nostri amici, anche non credenti, siamo sensibili al mondo, pur coscienti di non appartenervi totalmente.
Rispettiamo le altrui posizioni, pretendiamo il rispetto delle nostre, quando siano frutto della riflessione meditata di queste tre fonti privilegiate, non imponendo comunque a livello della città dell’uomo le nostre scelte. “Il mondo ha bisogno di testimoni più che di maestri” (Paolo VI).
L’unica cosa contro natura è l’assenza di misericordia.

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A proposito…

Le recenti vicende riguardanti la proposta di legge Cirinná (che deve vivere come tutti: vero, Padre Livio?) sulle unioni civili e il dibattito che ne consegue, compreso il “family-day” di qualche giorno fa, pongono alla riflessione, soprattutto dei cristiani, alcuni interrogativi. Sembra, anzitutto, che si stia riproducendo, a circa quarant’anni di distanza dalla legge sul divorzio, il frontismo cattolici/laici. Esso poteva anche avere un senso a Concilio da poco terminato, quando ancora persistevano, a ragione o a torto, steccati ideologici e ostacoli politici. Ma dopo un lungo periodo di decantazione, praticamente coinciso con il pontificato di Giovanni Paolo II, che contribuì a rimuovere comunque alcuni “muri” politici, permangono ancora nella Chiesa e fuori di essa, e non certo per responsabilità di Papa Francesco, remore ideologiche contrapposte. Da cristiano, mi sento di fare qualche considerazione “dalla parte della Chiesa”, invitando però coloro che non vi si sentono inseriti a compiere una riflessione parallela dall’altra.
Il pontificato di Papa Francesco tenta di liberare la Chiesa dai falsi legami con il mondo: legami di natura culturale, ideologica, politica, economica, cercando invece di instaurarne altri, più forti ed incisivi, di natura spirituale. Una concezione del mondo “riconciliato” con il Creato e con il Creatore, in cui tutti possano riconoscersi: i non credenti in una trascendenza, nel rapporto con gli altri e con la natura; i “religiosi”, in aggiunta, nella fede comune in un Dio “ricco di misericordia”, da cui proviene la ragione del loro agire nel mondo.
In questa concezione, che non mortifica, anzi valorizza le verità di fede proclamate dal cristianesimo, “nessuna condizione umana è esclusa dall’amore di Dio” (Angelus di domenica scorsa). Pertanto, all’attenzione dei credenti devono essere poste tutte le condizioni reali dell’uomo, non ultimi i rapporti affettivi e le loro conseguenze nella vita personale e sociale di ciascuno.
La famiglia fondata sul matrimonio è senza dubbio la condizione privilegiata che rende intenso e duraturo il legame fra un uomo e una donna, ed è quella proposta da Dio nella rivelazione. È pur vero che non tutti sono chiamati alla vita matrimoniale, e che proprio nella Chiesa cattolica esistono, anzi sono incoraggiate, altre condizioni, di singolarità (celibato) e di convivenza (comunità monastiche maschili e femminili), che non sono certo una scelta di scarto. Viene anzi per certi versi “contrastata” la scelta matrimoniale nel sacerdozio cattolico di rito romano, con motivazioni sicuramente valide: il sacerdote deve essere di tutti, e questa sua scelta “liberamente” accettata giova alla sua missione. Come si vede, anche nella Chiesa il matrimonio non è l’unica vocazione dell’uomo e della donna.
Nella società civile, d’altra parte, si pongono problematiche riguardanti altri tipi di unione: la convivenza etero ed omosessuale e le sue conseguenze. Il cristiano può e deve certamente dire la sua: non nel senso di affermare aprioristicamente un modello unico di convivenza, secondo, talvolta, una visione della fede integralista e bigotta. Ma, oltre che testimoniare al meglio la validità del matrimonio, cercare laicamente di ascoltare le esigenze di tutti, di rispondervi, manifestare possibili problematiche che possano venire fuori da una legge che regoli queste convivenze, comporre, mediare: insomma, di fare bene, in questa dimensione politica, il cittadino, ascoltando la sua coscienza rettamente formata e le esigenze della storia. Alla fine, il frontismo cattolico/laico di cui parlavo dovrebbe essere vanificato dal corretto comportamento del credente come “laico cristiano”.
In ogni caso, gli “orgogli” (pride), sia “family” che “gay”, non aiutano a riflettere. E le anche recenti vicende di preti pedofili imbastardiscono un dibattito che deve mantenersi per quanto possibile distaccato da contingenze di parte.
Attendiamo, con fiducia, adesso, il responso del Parlamento, non demonizziamo quelli che sono comunque i nostri rappresentanti: che varino una legge ad un tempo saggia e coraggiosa.

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