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Archive for ottobre 2014

A qualche giorno dalla chiusura del Sinodo straordinario sulla famiglia, mentre si vanno attenuando le polemiche più vivaci, vorrei offrire qualche ulteriore spunto di riflessione. Anzitutto, prendendo l’avvio da quanto scritto recentemente da Augusto Cavadi nel suo blog, vorrei mettere in guardia da alcuni solerti prelati che “salgono” sul carro del presunto
vincitore, cioè il Papa, dichiarandosi aperti a riforme che fino a qualche anno fa aborrivano.
Sono coloro che, se il vento spirerà contrario, seguiranno tranquillamente e carrieristicamente altre bandiere. Stimo di più, come Cavadi, quei cardinali che in buona fede continuano a richiamarsi a una tradizione antiquata.
Sarà un discorso contro corrente, ma se non vi sarà, nella Chiesa, una vera corresponsabilizzazione dei laici, parte della gerarchia sarà più soggetta a risentire dei venti più forti che soffiano in un determinato momento.
Tornando al merito, vorrei citare un’affermazione del relatore di un Corso per catechisti, negli anni Settanta, che mi colpì molto: che cioé non vi sia stata nella storia persona apparentemente più incoerente di Gesù Cristo, perché dava a ciascuna persona una risposta diversa, ma aderente alla sua condizione contingente. E mi sovviene questa affermazione proprio riguardo alle linee pastorali che la Chiesa ricerca: linee che dovrebbero essere aderenti alla realtà degli uomini, di ciascun uomo, e pertanto apparentemente “incoerenti”. Secondo tale logica, un separato può accedere all’eucaristia, un mafioso no; come può accedervi un mafioso e non un separato, a seconda se il separato o il mafioso siano o meno sulla strada di una conversione. Ma questo può valere anche per ciascun “fedele”, che si sente buono ma torna a casa, come il Fariseo, non giustificato.
L’Eucaristia è “sacramento dei vivi”, si insegnava nel catechismo di Pio X: ma “vivi” devono essere considerati non quelli che si sono confessati dieci secondi prima della Comunione, ma quelli che camminano, anche zoppi, verso Cristo Salvatore. La Grazia di Dio è abbraccio, accoglienza prima che purificazione: chi si accosta all’Eucaristia è e resta peccatore, perché senza essere peccatori non si può diventare salvati.
Il Sacramento del Matrimonio, anche secondo il più tradizionale dei Catechismi, ha come ministri gli sposi; ma questa ministerialità non viene nei fatti ancora pienamente riconosciuta. Ministerialità è responsabilitâ, anche decisionale. Gli sposi da veri ministri devono possedere gli elementi dottrinali, la coscienza ecclesiale, e la libertà per vivere responsabilmente il loro rapporto e il Sacramento che incarnano, fin nelle decisioni più intime della loro vita di coppia.
Il percorso educativo per il sacramento matrimoniale dev’essere primariamente un percorso di fede nell’ambito della comunità ecclesiale, prima che di indottrinamento su questa o su quella questione morale.
Si richiede uno sforzo maggiore, non minore, da parte della Chiesa perché è più difficile insegnare a praticare l’ “ama, e fa’ quel che vuoi” che enumerare centinaia di precetti. Ma se si percorre questa strada, la Chiesa, nei laici (sono tutti laici, in quanto appartenenti al popolo di Dio) e nei consacrati (sono tutti “consacrati” in quanto battezzati) che la compongono, sarà più credibile e aderente a Cristo e alle più vere aspirazioni degli uomini.

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Paolo VI beato

La Chiesa è imprevedibile. Quando sembra che tutto stia per crollare, innanzitutto la sua credibilità dinanzi ad un mondo anch’esso poco credibile (pedofilia, prese di posizioni di retroguardia, chiusura a legittime istanze degli uomini) ecco che viene fuori Papa Francesco che la rimette sulla carreggiata della storia. E ne coglie le istanze più che le stesse strutture politiche, economiche, sociali, più che altri esponenti di una Gerarchia ecclesiastica ormai sorda. Riconduce al nocciolo del messaggio cristiano (misericordia di Dio, uomo peccatore ma oggetto della attenzione amorevole del Padre, in qualsiasi condizione si trovi), convoca un Sinodo in cui fa convergere tutte le problematiche familiari inevase, senza pudore, senza chiusura, alla luce del sole. E fa coincidere la chiusura di questa importante adunanza con la beatificazione di un Papa, Paolo VI, rimasto sempre “sotto traccia”, non perché “minore”, ma perché non appariscente, lavoratore umile nella quotidianità della storia. Non un Papa da “santo subito”, anche se, morto “solo” e non davanti al mondo, fu il primo a volere un funerale semplice, col Vangelo sulla bara, senza orpelli, come era stato il primo ad abolire nei fatti il “triregno”, cioè la tiara simbolo del potere anche temporale, vendendolo il giorno dopo l’incoronazione per soccorrere gli affamati dell’India. Il primo a disfarsi delle guardie palatine, della sedia gestatoria, dei flabelli; il primo ad andare per tutto il mondo a predicare la pace e lo sviluppo dall’assemblea generale dell’ONU alle favelas della Colombia; il primo a percorrere, rischiando la vita sballottato da una folla immensa, la via Crucis a Gerusalemme; il primo a incontrare ortodossi, protestanti, atei instaurando relazioni stabili coi regimi comunisti. I semi piantati da Giovanni XXIII furono abbondantemente innaffiati e coltivati da Paolo VI. Il Concilio fatto decollare da Giovanni XXIII fu da lui portato felicemente all’atterraggio. Un Papa nel contesto dei suoi tempi, e contemporaneamente “profeta”, inserito pienamente e contemporaneamente “disadatto” a continuare a calpestare sempre le stesse orme. Col casco da operaio nelle acciaierie di Taranto, alla sua scrivania per firmare le grande encicliche “Populorum progressio”, “Octogesima adveniens”, e anche per prendersi con coraggio delle responsabilità impopolari con la “Humanae vitae”, che, sebbene possa essere considerata “datata” per ciò che riguarda alcune riflessioni, non è mai chiusa all’aggiornamento, ma sempre comunque aperta alla comprensione e alla misericordia. Promotore della distinzione e dell’autonomia della politica dalla religione (definì per primo “provvidenziale” la breccia di porta Pia), promosse pienamente il ruolo del laicato cattolico nella Chiesa, non considerandolo “ruota di scorta” o “megafono” della Gerarchia, ma in prima linea nella evangelizzazione delle varie realtà e dei vari contesti in cui il laico, e non il “consacrato”, é presente. Appassionato studioso e vicino alla scuola filosofica del personalismo francese (Mounier, Maritain, Guitton) e pertanto fautore della crescita integrale dell’uomo e della donna, aveva con la cultura e con l’arte un rapporto di ammirazione e di rispetto, favorendo il riconciliarsi della Chiesa con questo mondo ad essa ostile. Uomo di preghiera e di riflessione, ma anche di “esposizione” suo malgrado a decisioni forti, due su tutte: l’allontanamento dei seguaci di Lefebvre perché non accettavano le decisioni più coraggiose del Concilio, quali la riforma liturgica e l’apertura al mondo; la lettera agli “uomini delle Brigate Rosse”, che io considero un concentrato di Vangelo, in cui dignità e umiltà, fierezza e misericordia trovano una loro sintesi superiore (“… lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova”.).
Un pontificato, il suo, estremamente “innovatore”, seppure fortemente radicato nella piú genuina tradizione della Chiesa; riassumendone il significato, lo trovo in una parola: “dialogo”, fatto di ascolto e riflessione, empatia ed azione, e soprattutto di attenzione per il mondo, da non liquidare sbrigativamente secondo cliché precostituiti, ma da “studiare, amare, servire”.
Il Papa della mia adolescenza e giovinezza, eletto il giorno della mia licenza elementare, adesso beato, sia di modello e protezione per tutti.

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L’odierna festività di San Francesco ci pone davanti, come un gigante, quella esile figura di “poverello” a noi tanto cara. Fa riflettere molto, anzitutto, la sua “essenzialità”, il suo essersi spogliato non solo degli orpelli, ma anche di qualcosa che a noi sembra essenziale come i vestiti. Facile risulta la stridente contraddizione con gli apparenti bisogni degli uomini di oggi, che ricercano il superfluo e negano (soprattutto agli altri) l’essenziale.
Un secondo aspetto di Francesco ê il suo rapporto con la natura, considerata anzitutto “creata”. Non si può scindere il rapporto con la natura dalla relazione con il Creatore. Francesco “ecologista ante-litteram” mi sembra sinceramente una forzatura. Egli ricerca nella natura le tracce di Dio, e la considera “sorella minore” dell’uomo, compartecipe della sua vita: natura “in relazione”, dunque, da rispettare e da amare, e tuttavia non “totem “intangibile”, valore assoluto.
Terza riflessione che suscita Francesco è il suo rapporto semplice e fraterno con il prossimo, nella Chiesa e fuori, la sua apertura al “diverso” di razza, lingua e religione.
Un Papa che prende il suo nome suscita nella Chiesa e nel mondo un respiro di speranza, una voglia di nuovo, la ricerca di strade diverse da quelle standardizzate dalla nostra visione sclerotica dell’esistenza. Papa Francesco, cui auguriamo una missione lunga e piena di novità, ci continui a dare coraggio nello spogliare noi stessi, la Chiesa e il mondo dalle sovrastrutture che ci appesantiscono, sulle orme del Santo di Assisi.

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