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Archive for gennaio 2015

Pugni e conigli

Papa Francesco è una persona “diretta”, non va mai tanto per il sottile. Pensa profondamente a quello che dice, ma non lo pensa due volte, perché sa che la forza dell’espressione, con la troppa riflessione, si annacqua e perde di efficacia. È un papa sudamericano, non italiano, né polacco, né tedesco: comunque, non europeo. Gli sono estranee le sottigliezze teologiche: le conosce bene, ma le supera con la sua profonda visione pastorale. L’odore delle pecore copre qualsiasi “profumo” francese, anche ciò che di francese é “intoccabile” e assoluto: la cosiddetta “libertà di espressione”, figlia dell’illuminismo. É per questo che Scalfari si é un po’ risentito, ripensando a Voltaire, sull’espressione del “pugno”. Ma, a ben vedere, anche Cristo, spesso, non andava troppo per il sottile, con certa gente. Le disquisizioni teologiche farisaiche non facevano per lui: quando c’era, “secondo la teoria”, da lapidare una donna, si frapponeva, anche fisicamente, privilegiando la persona, anche col suo carico di peccato. “La teoria è una cosa, la pratica un’altra” dice Papa Francesco lassù dall’aereo. Non la pratica del mediocre che non ha idealità, ma la concretezza dell’uomo in situazione. Non l’estremizzazione, ma la saggia prudenza.
Anche nella metafora del cattolico prolifico come un “coniglio” Papa Francesco ci invita a fuggire da stereotipi di “tutto o niente”. È “convinto”, si diceva ai tempi in cui frequentavo la scuola, parlando di una persona inquadrata ed estrema. E il Papa mette in guardia proprio da questi cattolici “convinti” per i quali la casualità coincide con la volontà creativa di Dio. L’atto pro-creativo deve essere invece partecipato come il creativo, perché Dio non può e non vuole sostituirsi alla responsabilità genitoriale. Naturalmente, all’opposto, la coppia cristiana per egoismo non può precludersi per sempre, potendolo, la sua capacità generativa.
Insomma, con la metafora del “pugno” il papa ridimensiona l’assolutezza della libertà di espressione, che deve trovare il suo limite nell’astensione dal vilipendio e dall’offesa verso l’altrui religione; solidarizza con il mondo musulmano “moderato”, anch’esso scosso da una parte dalla blasfema rappresentazione di Maometto, dall’altra dalla tremenda reazione dei fondamentalisti. Sollecita i torpidi cristiani ad indignarsi anche loro dinanzi a certe rappresentazioni scurrili dei misteri principali della loro fede. Strizza l’occhio ad entrambi invitandoli a reagire con moderazione (il pugno anziché il kalaznikov) ad una libertà di espressione che, se non sostenuta dalla prudenza, diviene offesa violenta e generatrice di violenza.
La sua lunga esperienza nelle favelas piuttosto che nei palazzi curiali, nella periferia di Buenos Aires piuttosto che negli attici dei salotti romani, la sua vicinanza alle famiglie nelle loro concrete necessità lo hanno poi portato a porsi seriamente il problema della paternità responsabile da contrapporre alla incontrollata generazione di prole. Anche qui prudenza, saggezza, responsabilità, concretezza.
Eretico? Blasfemo anche lui? Si, come Cristo, quando cita l’asino che cade nel fosso il giorno di sabato, e che, secondo le “teorie”, non potrebbe essere tratto in salvo. “Siamo umani”, conclude il Papa. E dell’uomo, cioè di noi stessi, conosciamo il relativo, anche delle conquiste più elevate: la libertà, che deve trovare il suo limite nella libertà altrui; la fede, che deve saper rispettare quella diversa da sé; la morale, che ha ragion d’essere per l’uomo e per il suo sviluppo, e non a suo danno.
Anche l’assoluto di Dio si pone in relazione, in confronto, in conflitto talora, con la realtà umana. Recepire questa dimensione è riscoprire la fede in un Dio che si incarna. Papa Francesco che si commuove e tace dinanzi ai bambini senza famiglia é come Cristo che piange dinanzi all’amico Lazzaro morto.
E se qualcuno, alla fine, afferma che Papa Francesco stia esagerando, gli si ricordi che, esagerazione per esagerazione, tanti cristiani, papi, vescovi e fedeli, possono anche aver esagerato, in senso opposto, per tanti secoli.

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Dopo la follia

Dopo le concitate e frenetiche vicende di Parigi, è d’obbligo una riflessione che vada oltre le reazioni viscerali che spesso non costituiscono altro che motivi di ulteriori divisioni, adito a reazioni scomposte, fianco per interessi non proprio limpidi.
Una preghiera, anzitutto: per le vittime designate, per le vittime “collaterali”, per gli ostaggi, ma anche per i carnefici. Sì, anche per loro. Da bambini le nostre nonne, le nostre zie, i nostri genitori, non ci invitavano a pregare “per i peccatori”? Erano buonisti? Erano deboli strumenti di Satana? Erano al servizio della eversione? Riscopriamo, dunque, anzitutto, se credenti, il valore della preghiera, per tutti della compassione. Volendola dire tutta, infatti, ora che anche i terroristi sono morti, vedere nel sangue un giovane di poco più di trent’anni che fino a poco tempo fa suonava e cantava come molti altri giovani, e che, pervaso da fanatismo, ha provocato spietatamente la morte di tanti, ha suscitato in me (orrore per alcuni!) un profondo sentimento di pietà.
Poi, mi sembra buona cosa ricercare alleati nel mondo musulmano. Certo, non possono essere di aiuto, in questo, coloro che ne dileggiano la religione, o la reputano degna di scherno. C’è una gran differenza fra satira comunque rispettosa e blasfema rappresentazione di ciò che è sacro. E non mi riferisco soltanto alle vignette, ma anche, per esempio, qui in Italia, ai maiali fatti passeggiare da rozzi leghisti su aree individuate per costruire moschee.
La distribuzione della ricchezza, nel mondo, non privilegia certo i popoli del sottosviluppo, fra i quali il fanatismo islamico si va sempre più radicando. Chiediamoci se dobbiamo continuare a fare guerre sante facendo piovere bombe, o paci giuste ridistribuendo beni usurpati; se la concentrazione delle ricchezze del mondo deve continuare ad essere nell’Occidente (anzi nelle banche dell’Occidente).
Con buona pace di Salvini, questi sentimenti non sono di debolezza, ma di forza. Cercare alleati anche fra i cosiddetti nemici, e il primo alleato è la coscienza del violento, è il punto di partenza per sconfiggere l’aggressore.
Punti fermi, nel dialogo con il mondo islamico, devono comunque essere l’affermazione dei diritti e dei doveri acquisiti nell’evoluzione della storia: l’uguaglianza fra i cittadini, la parità fra i sessi, pur nella tolleranza di “tradizioni” che non ledano comunque la dignità della donna, e il rispetto delle libertà fondamentali: di pensiero, di parola, di stampa, di associazione. E questo, come una certa “tradizione” cristiana che si è evoluta e si è positivamente “conformata” al passo della storia leggendo i “segni dei tempi”, lo può fare anche il musulmano che, inserito nei vari contesti, colga le trasformazioni socio-culturali in atto. Ciò, mi rendo conto, è reso più difficile dalla mancanza di una guida spirituale unitaria (come lo sono il Papa e i Vescovi per i cattolici), ma appunto per questo necessita un supplemento di aiuto, una collaborazione per la crescita di questa coscienza nell’islam, piuttosto che un pregiudizio che lo ricacci nella incultura e nel fanatismo pregresso. Anche i cattolici, nel passato, non ne sono stati immuni, ma per grazia di Dio (nonostante anche attuali resistenze) se ne stanno liberando.
Mezzo di tale forte dialogo non può essere che l’istruzione e l’impegno educativo, non certo il “lasciarsi peggiorare” da reazioni da “guerra santa”. Lasciamo pure pescare nel torbido Salvini, Ferrara e quanti sono fautori di una reazione scomposta e fanatica. Non fanno altro che accrescere il numero dei musulmani fondamentalisti, allargando addirittura al pianerottolo di casa nostra lo scenario di possibili attentati. A questi “profeti di sventura” diciamo fermamente basta. Noi agiamo incrementando in noi e in tutti i mezzi di “lettura” di una realtà complessa come la nostra, e ciò si può fare con un mezzo semplice ed efficace: l’istruzione, la scuola, la diffusione della cultura incentrata sul valore della persona umana.
Lo Stato, nelle sue istituzioni di ordine pubblico e di difesa, monitori e dove necessario reprima le associazioni terroristiche e i tentativi di aggressione armata. Controlli le frontiere e le modalità di arrivo dei terroristi, che sono certo con probabilità maggiore le “business class” di aerei intercontinentali piuttosto che gli sgangherati barconi di disperati che approdano a Lampedusa, i passaporti protetti piuttosto che i mancati permessi di soggiorno. Faccia un’opera di “intelligence” adeguata e meticolosa. Promuova la cooperazione internazionale piuttosto che la fornitura sottobanco di armi per alimentare l’industria bellica.
Tutte queste cose le suggerisce e su questo opera Papa Francesco, ma non solo. Chi lo voglia definire come un Papa “sui generis”, su questi argomenti, non ha letto la “Pacem in terris”, la “Populorum progressio”, ignora i documenti del Concilio, non ha ascoltato gli appelli di Papa Luciani ad una più equa distribuzione delle risorse fra i popoli, ha dimenticato lo storico “incontro di Assisi” promosso da Giovanni Paolo II, ha rimosso la visita alla moschea turca di Papa Benedetto.
La paura è cattiva consigliera. Aumenta le distanze fra gli uomini, li incattivisce e li esaspera. Suo antidoto formidabile è l’intelligenza e la cultura. Attingiamo abbondantemente a queste fonti, se non vogliamo un mondo ove si faccia di tutto per sopravvivere, e niente per vivere.

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