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Archive for novembre 2016

L’ultimo leader

La scomparsa di Fidel Castro è stata salutata, per lo più, da una parte come la morte di un eroe solitario, dall’altra come la fine miserevole di un delinquente. Non si è colta appieno, a mio parere, la sua dimensione storica, di ultimo vero leader comunista (non considero infatti comunisti i dirigenti cinesi ormai pienamente “globalizzati” e, men che meno, quel pazzo del presidente della Corea del Nord, che più che al socialismo reale si rifà al terrorismo atomico).
Il comunismo: punto di riferimento di intere generazioni, capace di generare speranze e di suscitare azioni rivoluzionarie e quindi anche politiche, per affermare una diversa concezione della società; una grande idealità, trasformatasi prima in utopia, poi in disillusione e in sconfitta, attraverso i percorsi di una storia pieni di eroi, ma anche di dittatori sanguinari e di masse strumentalizzate. Fidel Castro ne fu l’interprete più simbolico, lontano com’era dalla burocrazia sovietica, e capo di una terra piccola ma cosí vicina al gigante statunitense. L’ideale, la lotta, la conquista e la gestione del potere, che diventa a sua volta difesa ad oltranza e oppressione. Ma anche organizzazione di nuovi modelli sociali di sanità ed istruzione.
La fine del comunismo e del suo “leader maximo” non deve coincidere con il seppellimento delle sue idealità positive e delle sue realizzazioni sociali, semmai con la sconfitta delle sue storture e aberrazioni storiche. Se ne sono accorti nientemeno che tre Papi, che hanno incontrato Fidel Castro in vari momenti della sua “leadership”, mai mancata nè indebolita dalla malattia. Soprattutto Papa Francesco, che ha dato contenuto diplomatico alla sua volontà di ravvicinare le istanze di giustizia dei popoli latino-americani con i modelli di democrazia propri della civiltà occidentale. Di queste “sintesi” il mondo ha bisogno, più che delle scorribande da cow-boy minacciate da Trump, più che del materialismo “pratico” che si accompagna al capitalismo liberista. E se errori storici il comunismo ha compiuto, forse non ne è stato estraneo il suo materialismo teorico, il suo sganciamento dalla realtà spirituale.

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Guardandoci intorno, vediamo il progressivo inaridirsi di valori un tempo condivisi. A livello planetario si assiste al venir fuori di atteggiamenti “difensivi”, più che affermativi di progresso, alla chiusura delle frontiere dell’anima prima che degli Stati. Coloro che propugnano gli egoismi personali e nazionali sono sempre più seguiti rispetto a chi ricorda la fratellanza e la solidarietà. Queste ultime, anzi, sono sempre più credute sinonimi di debolezza e arrendevolezza.
Le caratteristiche dell’essere uomo, cioè del possedere, accanto alla ragione, “viscere di misericordia”, sono sostituite dalla “visceralità assoluta” dell’istinto di conservazione, e basta.
Le nuove generazioni assistono per lo più passive a questi fenomeni, e hanno pochi strumenti per contrastarli: anche le testimonianze degli “anziani”, che quei valori li hanno più o meno vissuti, non bastano, forse perché li propongono in maniera rigida ed antiquata.
Modernizzare la riproposizione dei valori non significa rinnegarli, ma rinfrescarli, servirsi di strumenti nuovi, ma soprattutto interagire a livello personale e di gruppo per smascherare i facili cortocircuiti che portano alle soluzioni più drastiche di soffocamento più che di risoluzione dei problemi.
Chiudere gli occhi per non vedere i problemi, chiudere le frontiere per non affrontare i drammi non risolve, ma radicalizza agli estremi le soluzioni, che dall’una parte e dall’altra possono essere “finali”.
In vari schieramenti ideologici e politici possono trovarsi uomini di “buona volontá”, che non cedano al ricatto delle facili ricette. A costoro il compito di compattarsi in maniera trasversale, anche rinunciando a prese di posizione preconcette, allo scopo di “rivegetare il deserto” e di fornire supporto culturale ed educativo ad una umanitá inaridita.

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Al di là

“L’uomo supera infinitamente l’uomo” (B. Pascal)

L’uomo è uomo in quanto costantemente sollecitato all’ “al di là”. “Al di là” nel proprio essere terreno, come sogno e realizzazione di progetti personali e sociali; ma anche “al di là” della sua stessa vita, per lasciare un’impronta più o meno profonda e ampia di se stesso nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. È comunque impossibile che la nostra vita non abbia altro senso che quella di fermarsi. Fermarsi è morire. Per il credente in Cristo, l’ “al di là” si allunga e si allarga nella dimensione della vita eterna, della resurrezione finale. E se ben ci pensiamo, questa è, o sarebbe, per tutti, la prospettiva più affascinante, ma anche più razionale: una realizzazione piena dell’incompiuto terreno.
È quello che ci chiediamo soprattutto di fronte alle morti meno “logiche”: di un bambino in Africa, della vittima innocente di una catastrofe naturale, come la fine improvvisa o precoce, per incidente o malattia, di un giovane.
E coloro che ci hanno preceduto ce lo ricordano soprattutto oggi: la morte dovrebbe farci meno paura perché in comunione con loro. La “commemorazione dei defunti” non è semplice ricordo, ma ri-attualizzazione del nostro essere misteriosamente ancora insieme.

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