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Archive for marzo 2014

In terra straniera

Sembreranno forse inopportuni i miei frequenti riferimenti alla liturgia domenicale, che  potrebbero essere più facilmente apprezzati dai credenti. Ma è mia ferma convinzione che il messaggio cristiano dia motivi di riflessione per tutti i “pensanti”, credenti e non (come direbbe il card. Martini).

Ad esempio, mi accosto sempre con meraviglia alla pagina del Vangelo che oggi la Chiesa ci propone: l’incontro di Gesù con la donna di Samaria (Gv 4, 1-42): è un incontro “fuori casa”, in terra straniera. Senza testimoni (immagino che la vicenda sia stata raccontata all’evangelista Giovanni dalla donna piuttosto che dal Maestro), vicino al pozzo di Sichar, lontano dalle sicurezze “religiose” del tempio di Gerusalemme, Gesù intavola con la donna un dialogo-valanga (nonostante ci si trovi in un deserto assolato, verso mezzogiorno) che travolge tutti i tabù di genere, di razza,  di convinzioni religiose, e “vola” verso una sintesi che va al di là delle singole convinzioni precostituite. Gesù la rispetta come donna,  come appartenente ad un popolo straniero, con le sue particolari convinzioni religiose, ricevendone a sua volta credito, interrogativi, disponibilità.

Colui che dovrebbe essere “portatore della verità”, arroccandosi sulle certezze del giudaismo, indica invece una strada più “larga” delle strette vie di percorso delle rispettive fedi: la ricerca del senso della propria vita, l’adorazione del Padre in “spirito e verità”, piuttosto che in un luogo o in un altro, il coinvolgimento della più vasta comunità umana. E’ questo che lo fa riconoscere e rivelare come Messia, alla donna. In terra straniera, piuttosto che nel proprio tempio; nel confronto con il diverso, piuttosto che nell’uniformità del consenso, si “fa” la verità che trova a sua volta accoglienza e comunicazione.

Cristo, nella sua proposta, inoltre, prescinde da qualunque giudizio morale: una donna “libera” da regole dà credito all’unica “legge”, quella di Colui che si proclama “Salvatore” e che non la giudica ma la ama, così come ella si trova. L’annunzio non è condizionato dalla presenza del peccato, anzi è proprio rivolto ai peccatori, e costituisce eventualmente la premessa del cambiamento di mente, di cuore e di vita.

E’ anche per questo, penso,  che Papa Francesco parla di “periferie esistenziali”: sono le “terre straniere” ove non solo si ritrovano fratelli da amare e da cui ricevere amore, ma anche la verità che crediamo di possedere ben chiusa nelle nostre fortezze.

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Ceneri

All”inizio della Quaresima la Chiesa, paradossalmente, ci dà una grande lezione di materialismo: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai”, recita il prete imponendo le ceneri. Pare che venga dimenticata tutta la componente spirituale dell’uomo, qualunque dimensione trascendente. Ci si concentra sull’essere formati da elementi evidenziabili esclusivamente dall’approccio scientifico, nella loro dinamica di nascita e di morte.

Già, per alcuni, questo potrebbe essere motivo di riflessione; parlo di coloro che pensano che la loro vita sia illimitata, e che perciò vivono come se la morte non esistesse. Coloro che considerano le persone e le cose asservite al loro interesse e alla loro insaziabile smania di potere.

Ma il mercoledì delle Ceneri è soltanto l’inizio di un cammino, non la conclusione di un ragionamento. Ad esso possono fermarsi soltanto coloro che ritengono l’uomo privo di qualsiasi dimensione che travalichi la materia. E questo itinerario “spirituale” possono farlo tutti, anche coloro che dubitano dell’esistenza di una realtà soprannaturale. La semplice fede nella bellezza, nella bontà, nella verità, nella condivisione, la semplice riflessione che l’uomo non può essere ridotto soltanto alle sue funzioni biologiche può portare ciascuno ad intraprendere questo percorso, a coltivare le più variegate speranze: in una realtà spirituale effettivamente esistente, o in una “casa comune” terrena in cui si incrocino tutte le più elevate aspirazioni dell’animo umano.

La Quaresima e la Pasqua cristiane, poi, danno motivazioni e solidità,  per i credenti, a ciò che di buono desiderano e vivono insieme agli altri uomini.

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E’ terminata, ieri sera, la fiction televisiva di RAIuno “Braccialetti rossi”. Una storia forte, realistica, commovente ma non mielosa, che non nasconde la crudezza della malattia nei giovani e nei bambini, ma che esalta invece le risorse che essi possiedono per “attraversarla”. Risorse tutte “giovanili”: la rudezza e il sentimento, l’ostilità e l’amicizia, la ribellione e la pacificazione con se stessi e con le proprie realtà spesso drammatiche, l’amore per la vita: tutte confluenti in quella solidarità fra “pazienti” che sfocia nella condivisione e nel portare gli uni i pesi degli altri. Laicissima, questa fiction, ma contemporaneamente intrisa di spiritualità e di valori morali, che vengono fuori, quasi spontaneamente, in ragazzi affetti da tumori alle ossa come da gravi cardiopatie come da comi apparentemente irreversibili.

 Il valore della persona, primariamente: l’ “imprescindibile” del gruppo è il bambino in coma, che secondo categorie abituali dovrebbe essere considerato l’ “inutile”. Ed è proprio attorno a questo bambino inerte che ruota la vicenda umana di tutti gli altri.

Che il bambino si svegli (come avviene nella fiction) o meno, non è importante. Gli altri ragazzi ne colgono il valore fondamentale dell’amore di cui è oggetto e di cui è anche, paradossalmente, anche se inconsapevolmente, datore.

Molti mi hanno detto di non aver voluto vedere le varie puntate, per non caricarsi di ulteriore sofferenza; ma forse hanno perso l’occasione di comprenderne il significato e il valore.

Per tutta la durata di questo evento televisivo non ho potuto fare a meno di pensare, però, alla legge recentemente approvata in Belgio sull’eutanasia dei bambini. Alla luce di quanto detto è disumana e aberrante. Il bambino e il giovane è portato ad amare la vita: anzichè, nel momento della sofferenza, avvolgerlo di amore, solidarietà e amicizia gli si fa anche soltanto pensare alla possibilità di decidere, ancora ragazzo, la sua stessa morte, avallata da genitori magari assenti ma consenzienti, e da uno psichiatra che fa da notaio. Non dovrebbero essere solo i “religiosi” a ribellarsi a questo abominio, ma qualsiasi persona che, credente o meno, comprenda, prima che la “sacralità”, la bellezza di una vita condivisa e solidale anche se sofferente, e di una morte che accomuni anzichè separare.

A noi la scelta: una società di “braccialetti rossi” o di “braccialetti neri” ?

 

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