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Archive for settembre 2015

Fede e opere

È stata da sempre una mia caratteristica culturale cercare di evidenziare i valori di credenti e non credenti, cercando di identificarne tratti comuni e possibilità di incontro sul terreno di una “laicità” condivisa.
Ciò che di solito emerge, negli atteggiamenti dei credenti, è la supremazia della fede. Ciò che spesso emerge, nelle espressioni dei non credenti, è la contestazione, la banalizzazione, la distruzione di essa.
San Giacomo, nel brano di lettera oggi proposto nella II lettura della liturgia della domenica (Gc, 2, 14-26), ci dà alcuni spunti di riflessione in merito, che provocano una rivoluzione copernicana: la fede, da sola, senza le opere, non sussiste. Sono le opere che la rendono credibile; sono le azioni ad essa conseguenti che la “inverano”. Finemente ironico è l’Apostolo, quando provoca il credente a dimostrare la sua fede senza le opere, e incoraggia tutti a operare per evidenziare la propria fede.
Le opere sono quindi la “cartina di tornasole” della fede; ed anche coloro che non credono possono comunque, con le opere, esprimere una fede, anche se non in una trascendenza, almeno nell’uomo e nella natura che lo circonda.
La fede senza le opere, e la ragione che le sostiene, è un puro fideismo che può degenerare nel fanatismo e nell’intolleranza. Le opere “buone” invece dimostrano nei credenti la coerenza della loro fede; nei non credenti, il loro fondarle comunque su un ideale e su un’eticità condivisa.
In conclusione, le opere accomunano gli “uomini di buona volontà”, credenti e non, che dovrebbero costituire l’umanità su cui far conto per la conservazione della terra e per il progresso dei popoli.

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Misericordia, perdono, grazia

“… Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia
che prende ciò che si rivolge a lei…” (Purgatorio, canto III)

Prendo spunto da questo famosissimo verso di Dante, che si riferisce a Manfredi di Svevia, considerato da tutti nemico di Dio e della Chiesa, che il Poeta colloca sorprendentemente nel Purgatorio (dopo aver collocato altrettanto sorprendentemente nell’Inferno papi e vescovi), per riferirmi a ciò che mi pare il nocciolo del magistero e dell’azione di Papa Francesco. Ciò soprattutto in ordine al Giubileo della Misericordia da lui proclamato ed alle singole iniziative da lui volute.
Metto in bocca al mondo intero le parole di Manfredi, nessuno escluso. In primis la Chiesa, nel suo complesso e nei suoi singoli componenti. Ecco, una prima novità è proprio quella di considerare la Chiesa coinvolta nel peccato. Lei, proclamatrice della Redenzione, deve farsi prima di tutto carico dei suoi peccati, renderli pubblici. Prima che criticare, confessare; prima che giudicare, giudicarsi; prima che perdonare, perdonarsi. È la Chiesa, secondo il papa, che deve costituirsi “volano” della Misericordia. Se si inceppa questo primo movimento, nessun altro si può attuare.
La coscienza del peccato dev’essere poi trasmessa all’umanità: peccato secondo i credenti, ma anche il venir meno di un’etica condivisa per i non credenti. Questo appello universale accomuna tutti gli uomini. La Misericordia divina o il perdono umano coinvolge tutti, senza differenze. Il contrario di tutto questo è che l’uomo si erga a giudice, si arroghi il diritto di condannare, di emarginare, di segregare. È ciò che avviene, purtroppo, attorno e dentro di noi. É ciò che avviene nella società e nella politica, da parte di forze che, anche indossando corazze apparentemente verniciate di cristianesimo, propugnano proprio il contrario: la vendetta anziché la Misericordia, il rifiuto anziché l’accoglienza dell’altro, la repressione anziché l’inclusione rispettosa.
Le logiche economiche e finanziarie che reggono le dinamiche di crescita dell’intero pianeta e i conseguenti disastri ecologici ed umani, denunziati dal Papa nel nuovo rivoluzionario “manifesto” che è l’Enciclica “Laudato si'”, devono essere scardinate da un azzeramento dei conflitti che albergano dentro la coscienza dell’umanitá. La Misericordia, il guardare all’altro con il cuore, piuttosto che con la logica dell’interesse, è l’unico mezzo non solo spirituale e morale, ma anche sociale e politico per ridare speranza nel futuro. Tutte le azioni dell’uomo devono averla come contenuto e come metodo. La gratuità deve sostituire il profitto, la grazia l’egoismo. Lasciato a se stesso, il mondo tende all’autodistruzione ambientale, morale e spirituale. Studiamo dunque come rendere attuabili queste “utopie”, incarnabili queste speranze.

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