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Archive for novembre 2015

Presidi e muscoli

L’episodio del preside che cancella ogni segno di festività natalizia cristiana organizzando un Natale “laico” nella sua scuola fa emergere in tutta la sua importanza la problematica del rapporto fra le culture.
Per impostare questa riflessione in maniera comprensibile (almeno a me stesso) faccio riferimento ad una espressione che molto spesso trova la sua collocazione in un’area ideologica ben definita, quella dell’estrema destra, intollerante e razzista. L’espressione è “mostrare i muscoli”.
I muscoli, in verità, sono organi estremamente plasmabili; è nella patologia che possono rimanere rigidi o flaccidi: ma fra la rigidità e la flacciditá esiste il corretto tono muscolare, che ne consente i movimenti armonici.
Le due tentazioni estreme, nel guardare a culture diverse, sono appunto quella della rigidità estrema, come pure dell’estrema flacciditå. La prima, quella che fa vedere nell’altro un nemico, contro cui chiudersi e colpire; la seconda, che fa vedere in se stessi, prima che nell’altro, un inciampo al dialogo, e che induce a cancellare ogni traccia del proprio vissuto, della propria cultura, della propria storia, ritenendo così di presentarsi all’altro come “tabula rasa” e pertanto di accoglierlo un una casa vuota.
Entrambi gli estremi sfociano in errori “storici”: il primo, l’intolleranza e la negazione dell’altro; il secondo, una falsa condiscendenza e la negazione di sé.
Il dialogo esige il rispetto degli altri, che portano dei valori, come di se stessi, portatori di altri.
La civiltà occidentale ha il vissuto della conquista della democrazia, come dei valori di uguaglianza e di progresso, ma si è spesso svilita nell’inseguimento del dio denaro e delle dinamiche economiche che sovrastano gli stessi valori da essa conquistati; come la civiltà orientale possiede una maggiore tendenza alla riflessione e alla mistica, che però sono spesso sotterrate da ancora non acquisite libertà individuali e parità civili.
Dobbiamo allora auspicare un incontro, più che uno scontro, fra civiltà; il cristianesimo, medio-orientale per origine ed occidentale per diffusione, può costituire una sintesi e un paradigma di dialogo, indicando anche alle altre religioni e culture la via da seguire. Di questo, pur non ritenendosi prevaricatore nè dal punto di vista culturale ne religioso, Papa Francesco si fa precursore e garante.

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Ladri di Dio

“Allah akbar!” è stato il grido dei militanti dell’IS durante la carneficina di Parigi, “Dio è il più grande!”. Un grido satanico, più che religioso: una bestemmia.
Il percorso “religioso” dell’umanità, che pure ha visto periodi di fanatismo attraversare tutte le fedi (compresa la cattolica), è sfociato infine nella consapevolezza che Dio è pietoso e misericordioso, “lento all’ira e ricco di grazia”. Queste le prerogative del Dio delle grandi religioni monoteiste: l’ebraica, l’islamica, la cristiana. In quest’ultima ce le rivela addirittura pienamente il Figlio, e i cristiani devono essere senza scuse in prima linea nel proclamarle. Il Giubileo di Papa Francesco ha questa esclusiva finalità. Ed anche la religione ebraica e musulmana presentano un Dio con le stesse caratteristiche fondamentali. Non vi può essere un Dio che permette, anzi pretende, la morte dell’uomo. Lo hanno reso tale, purtroppo, nel passato, anche gli ebrei e i cristiani della “conquista”, come gli islamici delle “guerre sante”. E ancora serpeggia in molti di loro questa tentazione; come altri hanno commesso efferati delitti contro l’umanità, questa volta senza Dio come “paravento”, ma mascherandosi dietro visioni ideologiche distorte: il comunismo di Stalin, il nazifascismo.
In verità, Allah, Javhè, il Padre di Cristo e dei cristiani sono lo stesso Dio, che i credenti nelle varie religioni adorano diversamente, ma che si rivela come anelito e compimento di tutto il bene, la bellezza e la giustizia dell’uomo. Un Dio che nelle scelte morali va d’accordo anche con coloro che, pur non credenti, aborriscono, accomunati dall’etica naturale ai loro fratelli credenti, il sangue e la violenza.
È per questo che, oltre all’abominio del terrore e dell’omicidio, i militanti dell’IS perdono nei loro atti ogni connotato divino, oltre che umano, appropriandosi nel contempo di un Dio che vuole altro, e derubandone l’identità e la sostanza: diventano “ladri di Dio”. Penso che non si possa pensare ad un crimine più atroce. Primo obiettivo degli uomini di buona volontà di tutte le fedi dev’essere quello di riprendercelo e di donarlo a tutti “così come Egli è”.

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Madonna Povertá

Ho letto con interesse l’intervista rilasciata recentemente da Papa Francesco a due giovani giornalisti di un “giornale di strada” olandese. E mi sono fatto l’idea, dalle confidenze espresse dal Papa, che come Francesco d’Assisi egli sia veramente innamorato di Madonna Povertà: sia per il racconto della sua infanzia, con il suo giocare al pallone per strada (neppure tanto bravo, lo mettevano spesso in porta); per la narrazione delle condizioni non agiate della sua famiglia (che comunque poteva permettersi una cameriera una volta la settimana, questa sì veramente indigente, che accompagnerà per tutta la sua vita il percorso del Papa, lasciandogli un ricordo indelebile); per il suo sacerdozio ed episcopato, intessuti di relazioni con i poveri; per la sua ascesa al Pontificato, mai ritenuto un privilegio, ma un servizio da rendere al popolo di Dio. Una continua ricerca della “non apparenza”; un voler mettere al primo posto il povero, senza ricadere in una ricerca del “miserevole”; insomma, povertà senza pauperismo, rispetto della dignità del proprio ruolo nella Chiesa ma anche scelta di “sostanza” anziché di “effetto”.
Sto affermando tutto ciò in queste giornate di “tempesta”, in cui sembra che l’intero Vaticano venga travolto dallo scandalo della “ricchezza”.
Lo affermo perché anzitutto vorrei proprio lasciar fuori da tutto questo Papa Francesco, che anzi, fin dall’inizio, fin dai tempi in cui ancora non era uscita alcuna “indiscrezione”, si è adoperato senza tregua per denunziare i “faraoni”, per emarginare gli arrivisti e i lestofanti, gli amanti del lusso e del bel vivere.
Le indiscrezioni, appunto, hanno evidenziato in modo traumatico ciò che il Papa si prefiggeva di correggere con pazienza e senz’altro con maggiore incisività. Sbattere in un sicuro “best-seller” verità scabrose trafugate con l’inganno non aggiunge nulla, anzi forse fa da ostacolo, al lavoro che Francesco perseguiva e persegue andando nello stesso verso.
Nulla di ciò che sta avvenendo deve sminuire la sua figura, considerandolo silenzioso spettatore o quasi complice dei misfatti appurati; anzi egli è fermamente deciso a stroncarli, aiutato dai suoi sempre più numerosi fedeli collaboratori; perfettamente consapevole che la Chiesa non è costituita da quattro curiali corrotti o da due spie informatiche, ma da un intero popolo di Dio, formato dalla Gerarchia più sana (che egli sta pazientemente costituendo e formando, vedi recenti nomine vescovili) e da laici educati alla scuola del Concilio.
I media fanno miracoli: l’attico di Bertone, le spese di Pell, le gozzoviglie di prelati e cardinali non adusi all’odore delle pecore ma alla vita smidollata della Roma dei “vitelloni cresciuti” di felliniana memoria (spero di non vederli mai su un pulpito, annunziare il Vangelo), fanno improvvisamente scomparire dalla scena il Papa, Madre Teresa, Padre Puglisi, mons. Romero, i missionari, le suore, i laici che pagano con l’impegno, la sofferenza e la vita la coerenza alla loro fede.
I “duri colpi” all’immagine di Papa Francesco sono visti da chi li vuol vedere; io vedo solo una Chiesa che, come sempre, vive appesantita dal peccato di alcuni e corroborata dalla dedizione di molti, con un Papa che finalmente si mette alla sua testa per additare in Cristo e nel Vangelo gli unici riferimenti.

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