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Archive for aprile 2017

Le correnti vicende della Chiesa di Palermo denotano certamente un malessere, che ritengo più diffuso di quanto non appaia, a tutti i livelli, nei confronti del “nuovo” che emerge dalle scelte pastorali (badiamo bene, pastorali, e non dottrinali) del pontificato di Papa Francesco, e, per riflesso, di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra diocesi dall’avvento dell’Arcivescovo don Corrado Lorefice, che aderisce fino in fondo alle direttive del Pontefice.
Questo malessere, a mio parere, ha delle radici remote, la prima delle quali è la carenza di un’autentica evangelizzazione per tutti, e della conseguente mancata promozione del ruolo dei laici nella Chiesa. Dopo la “fiammata post-conciliare”, che ha dato alla intera comunità ecclesiale la possibilità di accostarsi alla Parola (da qui la recente accusa di luteranesimo al Concilio e ai suoi sostenitori), e quindi di individuare ben precisi ruoli, non più riservati soltanto ai presbiteri, vi è stato un lungo periodo di “anestesia generale”, in cui sono prevalse nuove forme di clericalismo, con raduni di massa piuttosto che comunità di ascolto, con devozionismi piuttosto che riflessioni sulla Parola. Queste ultime erano promosse da iniziative circoscritte piuttosto che da spinte generalizzate: ad esempio, gli incontri sulla Parola del card. Martini a Milano, la riflessione sulla Scrittura nella comunità di Bose di Enzo Bianchi.
Spesso, il prevalere del clericalismo e del devozionismo ha favorito, a livello di base, l’affermazione della figura di quello che definisco “parroco-satrapo”, che nella sua parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo, Papa e Monarca assoluto, con poco o nessun riferimento al suo Vescovo e men che meno al Magistero conciliare. La parola continuava ad essere filtrata, piuttosto che proposta e mediata, e la sua valenza rivoluzionaria nella vita cristiana stordita e attenuata. In un tempo di ricerca di sicurezze, esse venivano poste più in una scorza di moralismo che nella salda certezza della fede in un Dio misericordioso e accogliente. La lettura del Vangelo veniva sostituita da quella, di secondo livello, del Magistero soprattutto in ordine alla morale sessuale e alla disciplina ecclesiastica, e si assolutizzavano come costituenti la fede problematiche importanti ma non fondanti di essa. La ricerca del trascendente veniva mistificata in ritualismi, piuttosto che in scuole di preghiera, nella ricerca del sensazionale e miracolistico piuttosto che in esercizi spirituali o in adorazioni eucaristiche.
Papa Francesco, con coloro che nelle chiese locali lo hanno seguito, non ha fatto altro che raddrizzare la prospettiva, senza peraltro toccare dogmi, scelte morali, discipline; portare al centro il Vangelo della Misericordia, riattualizzare il Concilio, proporre a tutti i cristiani la signoria dell’uomo sul sabato, scoprire i sepolcri imbiancati del farisaismo che si annidano nella società civile ma soprattutto in quella religiosa.
Da buon gesuita, Papa Francesco vorrebbe promuovere, nel cristiano, un “esercizio” della Scrittura che lo educhi a fare scelte personali libere, che inserendosi in una dimensione comunitaria, valorizzino i talenti di ciascuno; una fede “intelligente e consapevole” che nella dimensione “francescana” promuova la realizzazione di un Vangelo “sine glossa”. Un Vangelo il cui rendiconto finale sia la salvezza delle persone e non, nella migliore delle ipotesi, il numero dei battesimi e delle comunioni amministrate; con la tentazione, per alcuni presbiteri, di avere un popolo da manovrare e strumentalizzare, piuttosto che da educare ad una fede matura.
Le accuse di “eresia” al Papa e al Vescovo, in questa prospettiva, oltre che di per se ridicole, spesso forse vogliono proprio nascondere paure di perdita di potere o di influsso su debolezze colpevolmente create.
Per tutto ciò, non dobbiamo stupirci di situazioni come quella che si è creata a Romagnolo. Una comunità cristianamente matura si comporterebbe in maniera diversa dalla “standing ovation” al parroco; e di converso, altre comunità non adeguatamente formate seguirebbero allo stesso modo il loro parroco solo che questi avesse il desiderio di scissione. Come per altri parroci, sempre seguiti da comunità “osanna-crucifige”, ci sarebbero da correggere protagonismi di altro genere.
Ci sarà molto da lavorare, allora; la Chiesa di Palermo ha il compito facilitato, ma gravoso, del modello di Padre Pino Puglisi; un prete discreto, che promuoveva la Parola, le vocazioni, i ruoli di ciascuno. Non certo un parroco-satrapo, ma un parroco che ha pagato con la vita la profezia e il coraggio. E con una “standing ovation” stranamente tardiva.

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