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Archive for giugno 2018

L’occasione

Un senso di fastidio mi prese l’altro giorno quando, andando al Centro Astalli per la celebrazione della Giornata del Rifugiato, fui fermato poco prima di entrare nella sala dell’incontro. Mi fu detto che un ragazzo africano si era procurato delle ferite e che era sanguinante a poca distanza dal Centro; si richiedeva l’assistenza urgente di un medico.
Ero andato per una cosa, me ne era richiesta un’altra. Andai comunque, incontrai nuove belle persone, e prestando le prime cure al ragazzo, appena maggiorenne e con gravi problemi personali e familiari, lentamente compresi che l’apparente intralcio ai miei progetti era occasione di salvezza, per me e per gli altri. Non esiste una linea retta di progetti, di programmi, di impegni: dobbiamo tuffarci nella tortuosità dei vicoli, più che procedere in autostrade impersonali ed amorfe. Dopo aver parlato con il ragazzo, inizialmente recalcitrante, ed averlo convinto ad affidarsi alle cure del 118 per recarsi al Pronto Soccorso, tornai alla fine al Convegno, consapevole di aver risposto ad uno degli appelli che la vita frequentemente e imprevedibilmente ci sottopone.
E ripensai alla parabola del buon Samaritano.

Il Samaritano della parabola era un uomo d’affari. Aveva un suo programma, in quei giorni: doveva scendere a Gerico per sbrigare certe commissioni, utili alla sua attività di commerciante di alto livello. Non era una persona che poteva perdere molto tempo. Eppure, quando vide in lontananza, dall’alto della sella del suo asino, un uomo a terra, sanguinante, ed ancora più lontano un sacerdote e un levita che erano passati oltre, senza degnarlo di uno sguardo, seppe subito quello che doveva fare.
Considerò quel potenziale soccorso non come un intoppo ai suoi programmi, un accidentale ostacolo ai suoi progetti, ma come un’occasione, un’opportunità, come un modo di esprimere, in altro modo, che non fosse il lavoro, il suo servizio agli altri. Aveva sempre pensato così, a Samaria, fin da ragazzo, giocando con i coetanei, da studente a scuola, da giovane apprendista. Qualsiasi imprevista “deviazione” dal suo progetto egli la seguiva, senza rimpianti. La considerava un’avventura, un diversivo provvidenziale.
Quel sacerdote, quel levita, rigidi nella loro invariabile “vocazione”, nel loro ruolo statico, nei loro programmi inamovibili, nelle loro immutabili certezze, avrebbero perso tempo, si sarebbero sporcati, sarebbero arrivati in ritardo alle loro adunanze, con l’abito rovinato dal soccorso dato a quell’uomo.
Quell’uomo: senza nome, senza razza, senza religione. Quell’uomo con un solo titolo: bisognoso di aiuto. Forse ebreo, appartenente al popolo più avverso ai samaritani, ma bisognoso di aiuto. Si, ebreo circonciso; se ne accorse spogliandolo, per mettere a nudo le ferite; ma bisognoso di aiuto. Per un momento gli passò per la mente un “chi me lo ha fatto fare?”, ma la sua prossimità fisica e i suoi lamenti gli ridiedero slancio nel versare olio e vino sulle sue innumerevoli ferite, nel caricarlo sull’asino, nel portarlo alla più vicina locanda.
La sua “diversione” stava per finire: doveva continuare a realizzare il suo primo progetto, i suoi affari correnti. Aveva dato ciò che poteva, lasciava in buone mani il ferito: diede al locandiere il denaro occorrente per continuare a curare quell’uomo, e tornò subito al suo lavoro di tutti i giorni.

“La vita è ciò che ti accade quando sei tutto intento a fare altri piani” (John Lennon). A chiunque si trova sulla mia strada devo rendere conto, saper fermarmi, farmi prossimo. È nel farsi prossimo che si trova la salvezza.

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