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Archive for luglio 2015

Lourdes

Da qualche giorno sono tornato da Lourdes, e non ho ancora scritto nulla sulla mia esperienza. Forse perché ho voluto far sedimentare le sensazioni, le idee, le suggestioni, le vicende di quei pochi ma intensissimi giorni mariani.
Posso scrivere adesso, in definitiva, alcune osservazioni, alcuni punti fermi, alcune impressioni.
– Se ogni luogo ha un elemento di riferimento, quello di Lourdes è l’acqua. L’ho sperimentata in tutte le forme, quella che zampilla delle fontane, quella che scaturisce dalla roccia, quella che riempie le vasche delle piscine, quella che piove dal cielo. Un lavacro di purificazione, che porta via ogni scoria, ogni impurità, ogni sozzura. Che ricrea, da cui si rinasce a nuova vita. L’acqua battesimale, della morte e della resurrezione.
– Se ogni luogo ha un’attività di riferimento, quella di Lourdes è la preghiera. Si è immersi nella preghiera, è un essere, più che un fare. Maria ci trasporta con sé, non siamo noi a seguirla.
– Se ogni luogo ha un modo di essere di riferimento, quello di Lourdes è la centralità del debole e del malato, che diventano “signori”. I cosiddetti “normali” sono al servizio. È uno “stato” alla rovescia, sono subordinate la perfezione al difetto, la pienezza all’indigenza, l’apparenza effimera alla cruda verità dell’uomo.
– Se ogni luogo ha una persona di riferimento, quella di Lourdes è Maria. La sua presenza nella grotta è palpabile nella sua raffigurazione, che dà insieme un’idea di immagine corporea e di trascendenza, di umano e di divino, di materiale e di spirituale.
Chi ha la fede ha la grazia di partecipare in pieno a questa gioia; ma penso che anche coloro che sono “diversamente credenti” possano assaporare la grande spiritualità di questo luogo, apprezzandone soltanto laicamente le caratteristiche pienamente umane e comunitarie: il silenzio, la coralità della preghiera, l’attenzione ai più deboli. Anche un non credente, penso, non può non essere “toccato”, anche solo umanamente, da questa esperienza.

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La generazione di mezzo: è quella nata negli anni ’50, dopo la guerra, che ha vissuto la sua infanzia nel boom economico, la sua adolescenza nel ’68, la sua giovinezza immersa negli ideali degli anni ’70. I marxisti: nati sotto Stalin, cresciuti sotto Togliatti, giovani con Berlinguer ma anche con i movimenti extraparlamentari di sinistra. I cattolici: nati sotto Pio XII, cresciuti a Concilio di Giovanni XXIII e Paolo VI. Tutti, comunque, condizionati dalle gigantesche trasformazioni della storia.
Nutriti a tradizione, bombardati dalle ideologie; “portate avanti”, queste ultime, ma anche estremizzate e vanificate.
Comunque affezionati ai propri ideali, con l’illusione di nutrirne le più giovani generazioni.

Ma in parallelo, c’è un’altra “generazione di mezzo”: quella della crescita del “pragmatico”, del “mettere i piedi a terra”, dell’approfittare delle circostanze: tangentopoli, malaffare, mafie, che come piovre hanno prosciugato le risorse ideali, morali, economiche. La sempre minore possibilità di scelta di un lavoro, la sempre maggiore competitività e il ricorso ai sotterfugi e all’illegalità per conquistarlo. La grande finanza, la sottrazione del denaro pubblico per fini privati, gli appalti truccati, l’evasione fiscale. La sempre minore coscienza della cosa pubblica; il proliferare della diffidenza e dell’egoismo, il guardare al “diverso” da sé come ad un concorrente o ad un nemico.

Ecco, c’è stato un progressivo scollamento, una frana, nell’incidenza sulla società, fra queste due tipologie di “generazione di mezzo”. La prima, abbarbicata ai propri ideali, rimasta senza possibilità di presa sulla storia se non in un limbo culturale di “sogno’. La seconda invece iperattiva, mediatica, coinvolgente i propri adepti, ma che lascia ai margini una grande fetta di popolo, immiserendola e sottraendole sempre più risorse.

Eppure, la prima “generazione di mezzo” è ancora viva, se ne sente il palpitare fra i media ed i network. Perché non incide più di tanto nella storia, perché non dà una spallata all’altra sostituendosi ad essa? Se non risponderemo con un’operazione culturale ma ancora di più operativa a questa domanda il mondo dovrà fare i conti con la sua sopravvivenza.

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