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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Ba… rabbia o Gesù?

Si avvicina a grandi passi la Settimana Santa, con le celebrazioni che per i cristiani fanno memoria della Passione di Cristo. Vorrei per un momento discostarmi dall’aspetto religioso, per considerare invece l’aspetto puramente umano del più grande errore giudiziario della storia. Il processo a Gesù, infatti, mentre sembra avere in un primo tempo, da parte di Pilato, uno svolgimento equo (“pensava di trovare comunque un modo per liberarlo”), ha improvvisamente una svolta: e questa svolta risiede nel coinvolgimento del popolo nel giudizio; un popolo sapientemente manovrato dal Sinedrio.
Immagino questa stessa vicenda trasferita nel nostro tempo: il popolo non avrebbe la configurazione della “piazza”, cui Pilato mostra il volto di Gesù sfigurato dalle torture, ma del più asettico blog “Pilatus” con tanto di click su due possibili risposte: Barabba o Gesù.
Apposite “fake news”, sapientemente introdotte in vari profili Facebook da Scribi e Farisei, foto di Gesù a colloquio con peccatori, pubblicani, prostitute, un’istantanea mentre caccia i mercanti dal tempio con inaudita violenza, avrebbero sicuramente fomentato e indirizzato la “rabbia” della maggior parte dei “visitatori” verso la liberazione di Barabba.
Non era democrazia chiedere in quella circostanza un parere al popolo, ma il massimo della deresponsabilità; come non è democrazia quella della “rete”, che vive di suggestioni e di “persuasioni occulte” su soggetti spesso non razionalmente informati nè culturalmente formati.
Alle mani di Pilato nel catino, che nel “musical Jesus Christ Superstar” sporcano l’acqua di sangue, si sostituirebbe adesso, soltanto, un asettico “mi piace”.

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Come possiamo definire il nostro tempo? Quello delle relazioni “non-relazioni”, delle comunicazioni “non comunicanti”, delle religioni “senza legami”. Sì, in effetti manca il “link”, il legame che può “ri-legarci” a Dio e al prossimo. L’etimologia della parola “religione” è proprio questa: ciò che “lega” (il legame, il “link” anglosassone). In un’epoca di link manchiamo di link.
Dobbiamo ritrovarlo. I “diversamente credenti” nello riscoprire i rapporti, nel rendere profonde le relazioni con gli altri, nel praticare l’accoglienza. Per i credenti, specie per noi cristiani, Dio fa un “assist” da non perdere, ci regala il “Link dei link” nel Natale di Cristo. Un link che ci fa attenti all’attenzione di Dio per coloro che sono oggetto di poca attenzione: il nostro prossimo.
Un link che si chiama vvv… Vangelo, a cui possono accostarsi tutti. Senza computer, come ci si accosta a “un bambino, avvolto in fasce, steso su una mangiatoia”: Gesù.
Vi auguro, dopo il panettone (o prima), di riscoprirlo insieme. Buon Natale.

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Il Dio “relativo”

Quando si pensi all’idea di Dio, si associa immediatamente al concetto di “assoluto”. Ciò chiaramente richiede comportamenti conseguenti: un culto di offerte, sacrifici, prescrizioni, regole, riti, liturgie. Già nell’Antico Testamento il Dio d’Israele comincia a stravolgere questa idea di Dio-padrone che richiede per sè tutta l’attenzione dell’uomo. Ma è con Gesù Cristo che l’Assoluto diventa pienamente “relativo”, cioè che la fissità dell’Essere diventa dinamicità di relazione, che coinvolge il prossimo. Il “tesoro” della divinità non è più considerato “geloso”, ma “partecipato” dal Figlio all’uomo; e il culto di Dio diviene l’amore per se stessi e per l’altro, soprattutto per il più disagiato. I due principali “comandamenti”, di cui si parla nel Vangelo di domenica scorsa: “ama Dio, ama il tuo prossimo come te stesso” costituiscono così la Rivelazione di un Dio “relazione”, prima che un unico precetto etico: l’attenzione al fratello si trasforma da concessione filantropica nell’esigenza di riconoscere e onorare il Dio che ci ha creati ed amati entrambi.
I Santi sono segno di questo Dio “in relazione”, ed esprimono nel contempo l’esigenza dell’Assoluto che è nell’uomo, in ogni uomo. Sono appunto immagine di questo incontro tra l’umano e il divino, in cui anche noi, in quanto chiamati alla santitá, siamo coinvolti, in un’unica esperienza che comprende la terra e il “dopo”. La “comunione dei Santi”, elemento fondamentale del nostro Credo, “risucchia” in un infinito abbraccio anche coloro che ci hanno preceduti nel passaggio alla vita “oltre la morte”.

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«Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»” (Lc 10, 30-37).

Nuove ricerche filologiche su questo brano evangelico, promosse dalla “Federazione delle vere Chiese Cattoliche”, hanno lievemente modificato il contenuto del passo, che suonerebbe adesso così:

«Gesù riprese: “Uno straniero scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide giustamente passò oltre dall’altra parte, per non contaminarsi. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre, recandosi al Sinedrio. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Un giudice del Sinedrio, informato del fatto dal levita, condannò il Samaritano per complicità con i briganti, per insudiciamento della strada con olio e vino e maltrattamento di animali; condannò anche l’albergatore, per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, evasione fiscale e ingiusto profitto”.

Le “vere Chiese Cattoliche” sponsorizzano questa versione; Papa Francesco, inguaribile tradizionalista, si ostina ad attenersi al vecchio testo del Vangelo.

Ogni riferimento a persone o fatti accaduti in questi ultimi tempi è puramente caUSale.

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Le correnti vicende della Chiesa di Palermo denotano certamente un malessere, che ritengo più diffuso di quanto non appaia, a tutti i livelli, nei confronti del “nuovo” che emerge dalle scelte pastorali (badiamo bene, pastorali, e non dottrinali) del pontificato di Papa Francesco, e, per riflesso, di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra diocesi dall’avvento dell’Arcivescovo don Corrado Lorefice, che aderisce fino in fondo alle direttive del Pontefice.
Questo malessere, a mio parere, ha delle radici remote, la prima delle quali è la carenza di un’autentica evangelizzazione per tutti, e della conseguente mancata promozione del ruolo dei laici nella Chiesa. Dopo la “fiammata post-conciliare”, che ha dato alla intera comunità ecclesiale la possibilità di accostarsi alla Parola (da qui la recente accusa di luteranesimo al Concilio e ai suoi sostenitori), e quindi di individuare ben precisi ruoli, non più riservati soltanto ai presbiteri, vi è stato un lungo periodo di “anestesia generale”, in cui sono prevalse nuove forme di clericalismo, con raduni di massa piuttosto che comunità di ascolto, con devozionismi piuttosto che riflessioni sulla Parola. Queste ultime erano promosse da iniziative circoscritte piuttosto che da spinte generalizzate: ad esempio, gli incontri sulla Parola del card. Martini a Milano, la riflessione sulla Scrittura nella comunità di Bose di Enzo Bianchi.
Spesso, il prevalere del clericalismo e del devozionismo ha favorito, a livello di base, l’affermazione della figura di quello che definisco “parroco-satrapo”, che nella sua parrocchia faceva il bello e il cattivo tempo, Papa e Monarca assoluto, con poco o nessun riferimento al suo Vescovo e men che meno al Magistero conciliare. La parola continuava ad essere filtrata, piuttosto che proposta e mediata, e la sua valenza rivoluzionaria nella vita cristiana stordita e attenuata. In un tempo di ricerca di sicurezze, esse venivano poste più in una scorza di moralismo che nella salda certezza della fede in un Dio misericordioso e accogliente. La lettura del Vangelo veniva sostituita da quella, di secondo livello, del Magistero soprattutto in ordine alla morale sessuale e alla disciplina ecclesiastica, e si assolutizzavano come costituenti la fede problematiche importanti ma non fondanti di essa. La ricerca del trascendente veniva mistificata in ritualismi, piuttosto che in scuole di preghiera, nella ricerca del sensazionale e miracolistico piuttosto che in esercizi spirituali o in adorazioni eucaristiche.
Papa Francesco, con coloro che nelle chiese locali lo hanno seguito, non ha fatto altro che raddrizzare la prospettiva, senza peraltro toccare dogmi, scelte morali, discipline; portare al centro il Vangelo della Misericordia, riattualizzare il Concilio, proporre a tutti i cristiani la signoria dell’uomo sul sabato, scoprire i sepolcri imbiancati del farisaismo che si annidano nella società civile ma soprattutto in quella religiosa.
Da buon gesuita, Papa Francesco vorrebbe promuovere, nel cristiano, un “esercizio” della Scrittura che lo educhi a fare scelte personali libere, che inserendosi in una dimensione comunitaria, valorizzino i talenti di ciascuno; una fede “intelligente e consapevole” che nella dimensione “francescana” promuova la realizzazione di un Vangelo “sine glossa”. Un Vangelo il cui rendiconto finale sia la salvezza delle persone e non, nella migliore delle ipotesi, il numero dei battesimi e delle comunioni amministrate; con la tentazione, per alcuni presbiteri, di avere un popolo da manovrare e strumentalizzare, piuttosto che da educare ad una fede matura.
Le accuse di “eresia” al Papa e al Vescovo, in questa prospettiva, oltre che di per se ridicole, spesso forse vogliono proprio nascondere paure di perdita di potere o di influsso su debolezze colpevolmente create.
Per tutto ciò, non dobbiamo stupirci di situazioni come quella che si è creata a Romagnolo. Una comunità cristianamente matura si comporterebbe in maniera diversa dalla “standing ovation” al parroco; e di converso, altre comunità non adeguatamente formate seguirebbero allo stesso modo il loro parroco solo che questi avesse il desiderio di scissione. Come per altri parroci, sempre seguiti da comunità “osanna-crucifige”, ci sarebbero da correggere protagonismi di altro genere.
Ci sarà molto da lavorare, allora; la Chiesa di Palermo ha il compito facilitato, ma gravoso, del modello di Padre Pino Puglisi; un prete discreto, che promuoveva la Parola, le vocazioni, i ruoli di ciascuno. Non certo un parroco-satrapo, ma un parroco che ha pagato con la vita la profezia e il coraggio. E con una “standing ovation” stranamente tardiva.

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Muro o ponte?

Si stanno radicalizzando, oggi, due posizioni fondamentali nell’intendere l’uomo, il mondo, il suo destino e nell’agire di conseguenza: due posizioni radicalmente opposte, e ben rappresentate da alcuni leader della terra e della nostra Italia in particolare.
La prima posizione riguarda la difesa strenua di status quo, di privilegi, di ricchezze, di prerogative. Ed è trasversale all’Occidente e all’Oriente, all’una e all’altra delle rispettive civiltà. In Occidente, come chiusura a riccio nella difesa di razza, religione, cultura, risorse, indebitamente riferite al cristianesimo. Trump a livello internazionale, Salvini in Italia sono i leader più rappresentativi di questa tendenza. In Oriente, l’estremizzazione dell’Islam rappresentata dall’ISIS. La rappresentazione “plastica” di tale concezione è il muro.
La seconda posizione è quella che invece riconduce tutto ad una concezione di “misericordia”, non intesa soltanto religiosamente, o come un buonismo fine a se stesso; ma come la consapevolezza che “ogni uomo è mio fratello”, e pertanto, pur nella giusta considerazione di regole da rispettare, vi sono mani da tendere, poveri da assistere. Colui che “incarna”, a tutti i livelli, questa tendenza, è Papa Francesco, per il quale rappresentazione plastica di questo secondo atteggiamento è il ponte.
Paradossalmente, anche nell’ambito della Chiesa, purtroppo, è presente questa lacerazione; Chiesa che invece dovrebbe univocamente evangelizzare l’ “ama il tuo prossimo come te stesso”.
Queste posizioni sono, prima che politiche, psicologiche; prima che sociali, appartenenti alla sfera emotiva ed affettiva di ciascuno. E nascono pertanto nell’intimo della propria coscienza. Una coscienza chiusa a riccio o rivolta all’altro, senza dimenticare se stessa; una coscienza egoista o, in questo sì, finalmente “cristiana”.
Si richiede pertanto all’uomo di oggi “da che parte sta”: dalla parte del guardare soltanto a se stesso, o dalla parte del ricercare il bene comune, che poi gratifica anche le proprie vere esigenze.
In conclusione, prima di votare per questo o quel partito, domandiamoci a quale di queste concezioni appartenga; ma ancor prima, domandiamoci, in coscienza, a quale di queste visioni del mondo noi vogliamo aderire.

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Maria Madre di Dio

Forse non ci rendiamo abbastanza conto della portata logica e teologica che hanno per i cristiani queste semplici parole, con cui oggi si celebra “Maria Madre di Dio”. Non soltanto “Madre di Cristo”, ove la maternità umana è comune a tante altre donne; ma “Madre di Dio”, che appare una contraddizione in termini: Dio, per definizione, non può avere un’origine. Eppure il Concilio di Efeso definì questa affermazione teologica in forma di dogma: la divinità della maternità di Maria. Ciò “ribalta” la dignità di una umanità considerata prima del cristianesimo soggetta al dispotismo di un Dio vendicativo, e ne rivalorizza il ruolo. In Maria l’uomo “genera” Dio, si riconosce “figlia del suo figlio”, si reimpasta dal fango primordiale a quell’amalgama di materia e di spirito che ha voluto il suo Creatore; si riconcilia con la divinità riconoscendone il progetto. Così Maria, più che un’immagine da altarino diviene un’icona della Trinità, il “quarto” elemento di cui rende compartecipe l’umanità tutta.
E questa solidarietà di Dio con l’umanità dovrebbe essere la spinta propulsiva verso la pace: la doppia celebrazione di Capodanno, di Maria Madre di Dio e della Giornata mondiale della Pace ce ne rende ragione.

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