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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Oggi, nel Vangelo della domenica (IV di Quaresima), ci viene proposta la parabola del “figlio prodigo” o del “padre misericordioso”. La lettura del Vangelo, in generale, propone in verità il dispiegarsi di sempre nuove “chiavi di interpretazione”. Per questo, un nuovo aspetto mi è balzato alla mente e al cuore: che questa vicenda sia in primo luogo generata da un conflitto tra fratelli. Padre Turoldo, in una riflessione sulla parabola, sospetta che la partenza del fratello, il dividere l’eredità, sia in primo luogo una presa di distanza, da parte del figlio minore, dal fratello maggiore, legalista, despota, intransigente, che offusca lo stesso ruolo del Padre. Nella casa paterna, una presenza ingombrante e lesiva della libertà del ragazzo. La sua fuga, ed il suo conseguente “perdersi” dilapidando il tesoro del padre, potrebbe essere stata la conseguenza del clima di rigore e di soffocamento dello sviluppo della sua persona.
È quanto è accaduto e accade nella Chiesa: questo perenne conflitto fra “sindrome del fratello maggiore”, come potrebbe essere definito il clericalismo tanto deprecato da Papa Francesco, e lo sviluppo della dimensione della Misericordia e dell’accoglienza. Quanti, fra coloro che si definiscono atei o agnostici, sono fuggiti dalla Chiesa per rifiuto da parte di molti “fratelli maggiori”! Ma non per questo essi non sono responsabili delle loro scelte. E qui entra in campo il “terzo fratello”, che non è altro che la “voce narrante” della parabola. È assente dal contesto della narrazione, ma in realtà ne è il protagonista: è Gesù stesso, che dovrebbe essere il mediatore fra i fratelli, inviato dal padre per affermare la prevalenza della Misericordia per il fratello errante sul legalismo del fratello maggiore.
Nella Chiesa di oggi c’è più che mai bisogno di riferirsi a Cristo e al suo Vangelo, piuttosto che ai muffiti tradizionalismi o alle imposizioni di schemi anacronistici. C’è bisogno di un ritorno al Padre da parte di tutti: di coloro che ne sono effettivamente lontani, ma anche di coloro che si sentono vicini, ma che col cuore ne sono altrettanto distanti. E Cristo deve ritornare ad essere il punto di riferimento per tutti.

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Diavolo!

Quando, sedicenti cattolici “tutti d’un pezzo”, contestiamo Papa Francesco, imputandogli debolezza dottrinale, cedimento al marxismo, buonismo nei confronti dei peccatori e dei deboli, apertura ai fratelli di altre religioni…
Quando chiudiamo i porti, considerando nostra esclusiva proprietà la terra che calpestiamo…
Quando definiamo “nostro” il nostro e “casa loro” gli stretti spazi scampati alle nostre razzie…
Quando escludiamo dalla scuola i bambini immunodepressi e preferiamo che la frequentino i figli dei no-vax…
Quando la nostra legge è la separazione, la discriminazione, l’esclusione…

… siamo etimologicamente “diabolici”. Sì, diavolo vuol dire separatore.

Se dobbiamo utilizzare un modo per verificare non che Dio sia dalla nostra parte, ma che noi siamo dalla parte di Dio, un criterio semplice è che i nostri pensieri, atteggiamenti, azioni, non siano “diabolici”, cioè tendenti a separare e ad escludere.

Tutti i rosari agitati fra le mani non valgono un “non hanno più vino” di Maria; tutti i Vangeli tascabili esibiti nei comizi non valgono un “va’ e fa’ anche tu lo stesso” del buon Samaritano. E tutti i voti dei cattolici alla lega non valgono un “nessuno ti ha condannata?”.

Se un nemico hanno Cristo e i cristiani è Satana, il cui nome è “diavolo”. Impariamo a fare chiarezza nella nostra fede e nelle opere ad essa connesse.

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L’occasione

Un senso di fastidio mi prese l’altro giorno quando, andando al Centro Astalli per la celebrazione della Giornata del Rifugiato, fui fermato poco prima di entrare nella sala dell’incontro. Mi fu detto che un ragazzo africano si era procurato delle ferite e che era sanguinante a poca distanza dal Centro; si richiedeva l’assistenza urgente di un medico.
Ero andato per una cosa, me ne era richiesta un’altra. Andai comunque, incontrai nuove belle persone, e prestando le prime cure al ragazzo, appena maggiorenne e con gravi problemi personali e familiari, lentamente compresi che l’apparente intralcio ai miei progetti era occasione di salvezza, per me e per gli altri. Non esiste una linea retta di progetti, di programmi, di impegni: dobbiamo tuffarci nella tortuosità dei vicoli, più che procedere in autostrade impersonali ed amorfe. Dopo aver parlato con il ragazzo, inizialmente recalcitrante, ed averlo convinto ad affidarsi alle cure del 118 per recarsi al Pronto Soccorso, tornai alla fine al Convegno, consapevole di aver risposto ad uno degli appelli che la vita frequentemente e imprevedibilmente ci sottopone.
E ripensai alla parabola del buon Samaritano.

Il Samaritano della parabola era un uomo d’affari. Aveva un suo programma, in quei giorni: doveva scendere a Gerico per sbrigare certe commissioni, utili alla sua attività di commerciante di alto livello. Non era una persona che poteva perdere molto tempo. Eppure, quando vide in lontananza, dall’alto della sella del suo asino, un uomo a terra, sanguinante, ed ancora più lontano un sacerdote e un levita che erano passati oltre, senza degnarlo di uno sguardo, seppe subito quello che doveva fare.
Considerò quel potenziale soccorso non come un intoppo ai suoi programmi, un accidentale ostacolo ai suoi progetti, ma come un’occasione, un’opportunità, come un modo di esprimere, in altro modo, che non fosse il lavoro, il suo servizio agli altri. Aveva sempre pensato così, a Samaria, fin da ragazzo, giocando con i coetanei, da studente a scuola, da giovane apprendista. Qualsiasi imprevista “deviazione” dal suo progetto egli la seguiva, senza rimpianti. La considerava un’avventura, un diversivo provvidenziale.
Quel sacerdote, quel levita, rigidi nella loro invariabile “vocazione”, nel loro ruolo statico, nei loro programmi inamovibili, nelle loro immutabili certezze, avrebbero perso tempo, si sarebbero sporcati, sarebbero arrivati in ritardo alle loro adunanze, con l’abito rovinato dal soccorso dato a quell’uomo.
Quell’uomo: senza nome, senza razza, senza religione. Quell’uomo con un solo titolo: bisognoso di aiuto. Forse ebreo, appartenente al popolo più avverso ai samaritani, ma bisognoso di aiuto. Si, ebreo circonciso; se ne accorse spogliandolo, per mettere a nudo le ferite; ma bisognoso di aiuto. Per un momento gli passò per la mente un “chi me lo ha fatto fare?”, ma la sua prossimità fisica e i suoi lamenti gli ridiedero slancio nel versare olio e vino sulle sue innumerevoli ferite, nel caricarlo sull’asino, nel portarlo alla più vicina locanda.
La sua “diversione” stava per finire: doveva continuare a realizzare il suo primo progetto, i suoi affari correnti. Aveva dato ciò che poteva, lasciava in buone mani il ferito: diede al locandiere il denaro occorrente per continuare a curare quell’uomo, e tornò subito al suo lavoro di tutti i giorni.

“La vita è ciò che ti accade quando sei tutto intento a fare altri piani” (John Lennon). A chiunque si trova sulla mia strada devo rendere conto, saper fermarmi, farmi prossimo. È nel farsi prossimo che si trova la salvezza.

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Ba… rabbia o Gesù?

Si avvicina a grandi passi la Settimana Santa, con le celebrazioni che per i cristiani fanno memoria della Passione di Cristo. Vorrei per un momento discostarmi dall’aspetto religioso, per considerare invece l’aspetto puramente umano del più grande errore giudiziario della storia. Il processo a Gesù, infatti, mentre sembra avere in un primo tempo, da parte di Pilato, uno svolgimento equo (“pensava di trovare comunque un modo per liberarlo”), ha improvvisamente una svolta: e questa svolta risiede nel coinvolgimento del popolo nel giudizio; un popolo sapientemente manovrato dal Sinedrio.
Immagino questa stessa vicenda trasferita nel nostro tempo: il popolo non avrebbe la configurazione della “piazza”, cui Pilato mostra il volto di Gesù sfigurato dalle torture, ma del più asettico blog “Pilatus” con tanto di click su due possibili risposte: Barabba o Gesù.
Apposite “fake news”, sapientemente introdotte in vari profili Facebook da Scribi e Farisei, foto di Gesù a colloquio con peccatori, pubblicani, prostitute, un’istantanea mentre caccia i mercanti dal tempio con inaudita violenza, avrebbero sicuramente fomentato e indirizzato la “rabbia” della maggior parte dei “visitatori” verso la liberazione di Barabba.
Non era democrazia chiedere in quella circostanza un parere al popolo, ma il massimo della deresponsabilità; come non è democrazia quella della “rete”, che vive di suggestioni e di “persuasioni occulte” su soggetti spesso non razionalmente informati nè culturalmente formati.
Alle mani di Pilato nel catino, che nel “musical Jesus Christ Superstar” sporcano l’acqua di sangue, si sostituirebbe adesso, soltanto, un asettico “mi piace”.

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Come possiamo definire il nostro tempo? Quello delle relazioni “non-relazioni”, delle comunicazioni “non comunicanti”, delle religioni “senza legami”. Sì, in effetti manca il “link”, il legame che può “ri-legarci” a Dio e al prossimo. L’etimologia della parola “religione” è proprio questa: ciò che “lega” (il legame, il “link” anglosassone). In un’epoca di link manchiamo di link.
Dobbiamo ritrovarlo. I “diversamente credenti” nello riscoprire i rapporti, nel rendere profonde le relazioni con gli altri, nel praticare l’accoglienza. Per i credenti, specie per noi cristiani, Dio fa un “assist” da non perdere, ci regala il “Link dei link” nel Natale di Cristo. Un link che ci fa attenti all’attenzione di Dio per coloro che sono oggetto di poca attenzione: il nostro prossimo.
Un link che si chiama vvv… Vangelo, a cui possono accostarsi tutti. Senza computer, come ci si accosta a “un bambino, avvolto in fasce, steso su una mangiatoia”: Gesù.
Vi auguro, dopo il panettone (o prima), di riscoprirlo insieme. Buon Natale.

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Il Dio “relativo”

Quando si pensi all’idea di Dio, si associa immediatamente al concetto di “assoluto”. Ciò chiaramente richiede comportamenti conseguenti: un culto di offerte, sacrifici, prescrizioni, regole, riti, liturgie. Già nell’Antico Testamento il Dio d’Israele comincia a stravolgere questa idea di Dio-padrone che richiede per sè tutta l’attenzione dell’uomo. Ma è con Gesù Cristo che l’Assoluto diventa pienamente “relativo”, cioè che la fissità dell’Essere diventa dinamicità di relazione, che coinvolge il prossimo. Il “tesoro” della divinità non è più considerato “geloso”, ma “partecipato” dal Figlio all’uomo; e il culto di Dio diviene l’amore per se stessi e per l’altro, soprattutto per il più disagiato. I due principali “comandamenti”, di cui si parla nel Vangelo di domenica scorsa: “ama Dio, ama il tuo prossimo come te stesso” costituiscono così la Rivelazione di un Dio “relazione”, prima che un unico precetto etico: l’attenzione al fratello si trasforma da concessione filantropica nell’esigenza di riconoscere e onorare il Dio che ci ha creati ed amati entrambi.
I Santi sono segno di questo Dio “in relazione”, ed esprimono nel contempo l’esigenza dell’Assoluto che è nell’uomo, in ogni uomo. Sono appunto immagine di questo incontro tra l’umano e il divino, in cui anche noi, in quanto chiamati alla santitá, siamo coinvolti, in un’unica esperienza che comprende la terra e il “dopo”. La “comunione dei Santi”, elemento fondamentale del nostro Credo, “risucchia” in un infinito abbraccio anche coloro che ci hanno preceduti nel passaggio alla vita “oltre la morte”.

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«Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»” (Lc 10, 30-37).

Nuove ricerche filologiche su questo brano evangelico, promosse dalla “Federazione delle vere Chiese Cattoliche”, hanno lievemente modificato il contenuto del passo, che suonerebbe adesso così:

«Gesù riprese: “Uno straniero scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide giustamente passò oltre dall’altra parte, per non contaminarsi. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre, recandosi al Sinedrio. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Un giudice del Sinedrio, informato del fatto dal levita, condannò il Samaritano per complicità con i briganti, per insudiciamento della strada con olio e vino e maltrattamento di animali; condannò anche l’albergatore, per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, evasione fiscale e ingiusto profitto”.

Le “vere Chiese Cattoliche” sponsorizzano questa versione; Papa Francesco, inguaribile tradizionalista, si ostina ad attenersi al vecchio testo del Vangelo.

Ogni riferimento a persone o fatti accaduti in questi ultimi tempi è puramente caUSale.

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