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Al di là

“L’uomo supera infinitamente l’uomo” (B. Pascal)

L’uomo è uomo in quanto costantemente sollecitato all’ “al di là”. “Al di là” nel proprio essere terreno, come sogno e realizzazione di progetti personali e sociali; ma anche “al di là” della sua stessa vita, per lasciare un’impronta più o meno profonda e ampia di se stesso nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. È comunque impossibile che la nostra vita non abbia altro senso che quella di fermarsi. Fermarsi è morire. Per il credente in Cristo, l’ “al di là” si allunga e si allarga nella dimensione della vita eterna, della resurrezione finale. E se ben ci pensiamo, questa è, o sarebbe, per tutti, la prospettiva più affascinante, ma anche più razionale: una realizzazione piena dell’incompiuto terreno.
È quello che ci chiediamo soprattutto di fronte alle morti meno “logiche”: di un bambino in Africa, della vittima innocente di una catastrofe naturale, come la fine improvvisa o precoce, per incidente o malattia, di un giovane.
E coloro che ci hanno preceduto ce lo ricordano soprattutto oggi: la morte dovrebbe farci meno paura perché in comunione con loro. La “commemorazione dei defunti” non è semplice ricordo, ma ri-attualizzazione del nostro essere misteriosamente ancora insieme.

Le orge dei dissoluti

“Le orge dei dissoluti”: così vengono definite dal profeta Amos le vite di coloro che, arricchitisi col sudore e col sangue dei poveri, pensano soltanto ai loro piaceri, e ad aumentare le loro ricchezze. Il Vangelo di questa domenica, quello del ricco epulone e del povero Lazzaro, rincara la dose, e promette un’inversione del destino eterno di questi due uomini, rispetto alla condizione attuale. C’è nel Vangelo, cioè, una presa di posizione netta di Gesù Cristo nei riguardi della distribuzione dei beni terreni: una posizione che si schiera inequivocabilmente dalla parte del povero. Il cristiano è interpellato, anche politicamente, soprattutto se laico, su questa posizione così radicale; non può tergiversare nelle sue scelte, non può nascondersi dietro paraventi di perbenismo o di legalismo, che risuonano falsi di fronte alla drammaticità degli eventi umani, personali e sociali, cui oggi assistiamo. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, partecipa alla sua piccola “orgia”: quando dimentica il fratello per perseguire le sue mire, che possono essere anche nobili e dignitose, anche legalmente ineccepibili, ma sempre secondarie rispetto ai bisogni primari del prossimo. L’educazione della coscienza, su questo versante, previene “corti circuiti” giustizialisti o dall’altro lato razzisti, avviando il cristiano impegnato nella politica, in qualsiasi ambito di partito, ad un serio esame di coscienza personale, ad un impegno educativo concreto sui valori, alla capacità di assumere con trasparenza gli impegni della sua azione. È ciò a prescindere dalla scelta partitica, che può e deve essere libera da vincoli di interesse ed esclusivamente coerente con i fondamenti ideologici e morali del suo agire. Nell’ambito delle proprie scelte, il cristiano non dovrà supinamente conformarsi a slogan o programmazioni precostituite, ma invece dovrà essere critico ed insieme propositivo. Non dovrebbero esistere, per il cristiano, partiti del “no” o del “sì” aprioristici; il cristiano, evangelicamente, dirà “sì, sì”, “no, no” quando c’è da dirli, secondo la propria scelta consapevole e non secondo le direttive dei potentati, da qualsiasi parte provengano: finanziari, lobbistici, mass-mediologici.
Infine, la scelta dei poveri, che ai cristiani indicano il Vangelo e il Papa, può essere una scelta condivisa con quanti, “diversamente” credenti, possono confluirvi. E allora sarà nella dialettica democratica la piattaforma di incontro e la convergenza dell’azione.
Dai cristiani, è dunque indispensabile “un supplemento di amore” (V. Bachelet) per costruire “la civiltà dell’amore” (Paolo VI).

La radice del male

Non si fa in tempo, in questi ultimi mesi, ad apprendere di un fatto di sangue, che ne avviene immediatamente un altro, ancora più atroce. E di atrocità in atrocità si perviene ad una codificazione, ad una individuazione apparente delle cause più comuni. Cause della più varia natura: dal fanatismo e integralismo religiosi, al razzismo, all’antirazzismo fanatico, all’odio per la donna considerata come oggetto da possedere, alla pedofilia più ripugnante. Questi sembrano i “moventi” più frequenti, le cause dei fatti più turpi. E si individuano contemporaneamente i “mostri”: gente che “saluta sempre”, che appare gentile, ragazzi studiosi, uomini pii, ma che, ad un volgere di sguardo, come il dottor Jackill e Mister Hide, si trasformano nelle incarnazioni del male. A ciò consegue una reazione scomposta di “emotività omicida”, che scarica sugli altri le proprie tensioni e che riporta poi ad una certa assuefazione, in attesa dell’evento successivo, che genera le stesse dinamiche psicologiche.
Ma ad una riflessione più attenta, la radice del male alligna non in individui “geneticamente” predisposti, ma in ciascuno di noi.
Travolto da una società senza valori, in cui chi ci è accanto è considerato un concorrente e un nemico, e in cui la ricerca della propria autorealizzazione non si compone, ma confligge, con quella dell’altro, l’uomo è fondamentalmente solo. La crisi di relazioni lo attanaglia e lo annienta, la “morte di Dio”, sostituito da ben altri tiranni, lo priva del rapporto con i suoi simili. E cerca al di fuori di sè ciò che soltanto dentro di sé può trovare: la radice del bene e del male.
Razzismi, fanatismi, integralismi sono soltanto le espressioni estreme e multiformi del male che nasce dal cuore dell’uomo, di ogni uomo, capace di efferati delitti come di sublimi eroismi. Male che avvelena le relazioni, con Dio, il prossimo e l’ambiente per i credenti, con queste ultime due realtà per coloro che non credono in una realtà trascendente.
È, alla fine, un problema squisitamente “religioso”, ove per “religioso” si intende non l’appartenenza a questo o quel credo, ma, come dall’etimologia del termine, una relazione, di qualunque genere, con l’A/altro.
Una società che renda cieco l’uomo a tal punto da escludere per qualsiasi ragione la possibilità di questi “incontri”, che ne impedisca la crescita e che non ne favorisca la realizzazione non potrà che degenerare nel male che consegue alla logica dell’ “homo homini lupus”.

Quel filo rosso

C’è un filo rosso, di sangue e di fuoco, che unisce inequivocabilmente le stragi mafiose, gli omicidi eccellenti, le trame malavitose agli incendi di giovedì scorso. Il 16 giugno dovrà essere purtroppo accostato al 23 maggio, al 19 luglio, al 15 settembre. La Sicilia prostrata, come in quelle date, dovrà rispondere allo stesso modo, senza ricercare “mentecatti e imbecilli piromani”, ma interessi, collusioni, silenzi. È lo stesso filo rosso che tiene la nostra terra legata al palo dell’ignavia, dell’improduttività, che impedisce ai padri di far tornare i loro figli, o di trattenerli vicini a loro. Un posto di lavoro “difeso” da un piromane ne costa cento in infrastrutture, turismo, produzione agricola e industriale. Senza contare la perdita di “bellezza”, di paesaggio. Questo devono capire i “mentecatti”; questo è ciò che hanno invece capito benissimo i “mandanti”.
L’unica differenza è che non ci saranno abbastanza lapidi per celebrare questo nuovo attentato alla civile convivenza. Anziché concentrate in un luogo, dovrebbero essere sparse per tutta la costa settentrionale siciliana, come nell’entroterra delle Madonie e dei Nebrodi.
Non ci sono da celebrare funerali, se non di un’intera comunità. Quindi, ci sono ugualmente “piazze” da mobilitare, coscienze da risvegliare. Questa sembra la conclusione che può essere tratta. La semplice caccia ai piromani smuoverà le emozioni, più che la razionalità. Ma se si vuole veramente agire per evitare una definitiva catastrofe, si devono più in profondità trovare energie per dare ancora una volta, alle più motivate coscienze, una nuova spinta per ricominciare daccapo.

Papa Francesco, con la sua visita a Lesbo, ha lanciato nuove sfide, sempre più coraggiose e rivoluzionarie, a questa umanità segnata da ferite profonde, fisiche e spirituali. Anzitutto ha oltrepassato la soglia della pura, tradizionale evangelizzazione cristiana. Il Cristo che adesso la Chiesa Cattolica annunzia (tenendosi quasi in disparte) è il Cristo della scelta radicale della povertà. È il Cristo che si interessa dell’uomo, che sta dalla sua parte, che lotta contro le strutture economiche, sociali, politiche che lo imprigionano. È il Cristo della resurrezione, che annunzia le realtà trascendenti, ma è anche il Cristo della passione e della morte, che vive accanto a chi soffre e ne condivide le istanze e i bisogni. È il Cristo dell’emergenza, che tira fuori l’uomo che sta per annegare, come Pietro nel lago tempestoso della Galilea.
L’ accompagnarsi poi di Francesco, nella visita a Lesbo, al Patriarca e all’Arcivescovo ortodossi esprime un’ulteriore esigenza: quella che le religioni, tutte le religioni, abbiano come priorità la difesa degli oppressi e la pace. È questa la loro nuova frontiera, e non soltanto delle religioni cristiane: prima ancora di individuare punti di convergenza mediante le dispute teologiche, le disquisizioni filosofiche, le argomentazioni storiche, questi devono già essere, nei fatti, i diritti dell’uomo, di qualsiasi persona.
L’aereo del Papa, di ritorno, era più pesante: delle persone, della storia, della sofferenza di dodici profughi. Tutti musulmani: ma questo dà fastidio soltanto a coloro che del Vangelo hanno capito ben poco.

“Ogni uomo è mio fratello” fu il messaggio lanciato da Papa Paolo VI in occasione della Giornata della Pace del 1971. Nulla di più attuale, in un mondo globalizzato ma mai come adesso diviso. Un mondo che sta radicalizzando le sue diversità, piuttosto che renderle disponibili come risorse: diversità razziali, economiche, sociali, politiche, religiose. Ciascuno pensa a salvaguardare le proprie, pensando che le altrui gli siano ostili. E le risposte di egoismo e di chiusura sono le reazioni uguali e contrarie ai fondamentalismi terroristici. Così si spiegano le disuguali reazioni agli avvenimenti atroci che avvengono, a seconda della latitudine o longitudine geografica, che sole possono essere colmate dall’applicazione di questo semplice assioma che parte dal cristianesimo, ma che dovrebbe coinvolgere tutte le culture: “Ogni uomo è mio fratello”.

Pasqua

La pietra del sepolcro è venuta meno, e con essa le angosce e le paure dell’uomo. Colui che ci rivela l’amore del Padre è vivo, e la speranza di un mondo più umano rinasce nel cuore di tutti gli uomini amati dal Signore. La dinamica pasquale ha un solo verso: dalla morte alla vita, dalla paura al coraggio, dalla schiavitù alla libertà; per tutti, nessuno escluso. Non si torna indietro, per nessuno: la pietra può soltanto tornare a chiudere un sepolcro ormai vuoto. Buona Pasqua per tutti!